sabato 31 gennaio 2026

La prigionia

E chi non si è salvato dalla sacca passando per Nikolajewka?

La prigionia... "A Krinovaja ci dovevamo stare tre o quattro giorni al massimo e invece ce ne rimanemmo sedici, dalla metà di febbraio sino ai primi di marzo. Fu il periodo più orrendo della prigionia - l’incuranza e la crudeltà erano spinte all’inverosimile - l’inferno dei vivi. Ci entrammo in trentamila, compresi prigionieri di altre nazionalità, già lì da una quindicina di giorni circa, ne uscimmo in tremila, ventisettemila se ne andarono in poco più di un mese. I più morirono di fame, di dissenteria, di tifo esantematico; molti furono divorati ancora caldi dai compagni, di qualcuno si affrettò la fine perché morisse prima e servisse da pasto agli altri.

La cosa prese piede; aspettavano solo che uno morisse, lo guatavano per ore e ore, talvolta non attendevano neanche l’ultimo respiro. Dove avessero trovato i coltelli non so, probabilmente usavano qualcosa di rudimentale e cercavano gli organi interni, cervello, fegato, polmoni, perché intorno alle ossa non c’era più carne. Le teste venivano aperte, i costati divelti, un fuocherello, alcuni sorvegliavano che non venisse nessuno, e la cosa era fatta. Non ci curavano neppure di ricomporre i cadaveri, io stesso vidi slitte cariche di corpi nudi mutilati.

I nostri pensieri non erano più di questo mondo. Talvolta ci sembrava di possedere alcune facoltà, ricordare, ragionare, formulare dei concetti ma erano momenti rarissimi. In noi la vita spirituale era morta, rimaneva quella vegetativa, anche essa un lucignolo agli ultimi guizzi. […] Gli occhi avevano tutti il medesimo colore, un colore lattiginoso e freddo, i volti portavano impressi i segni di un tormento inconfondibile, chi camminava era come se brancolasse in una cecità da sepolcro. […] Le ore passavano eguali, neppure il cannibalismo, i caduti nel pozzo, il fetore della dissenteria o della cancrena ci scuotevano più: guardarci l’uno l’altro spiando un lampo di vita per trarne coraggio, rimanere muti, dormire, svegliarsi, rimettersi coricati, ecco quello che facevamo".

da "Morire giorno per giorno. Gli italiani nei campi di prigionia dell’URSS" di Gabriele Gherardini.

La fotografia è stata scattata dal sottoscritto durante il viaggio del 2016 al lager di Tambov.

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