Dal 2011 camminiamo in Russia e ci regaliamo emozioni
Trekking ed escursioni in Russia sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale
Danilo Dolcini - Phone 349.6472823 - Email danilo.dolcini@gmail.com - FB Un italiano in Russia
martedì 31 marzo 2026
La Chiesa degli Alpini di Boario Terme 3
Scendere nella cripta della chiesa degli Alpini a Boario Terme è come entrare in un silenzio che parla. Le pareti, ricoperte di targhe, custodiscono i nomi di chi non è più tornato, e ognuna sembra raccontare una storia sospesa nel tempo.
venerdì 27 marzo 2026
La Chiesa degli Alpini di Boario Terme 2
La Chiesa degli Alpini di Boario Terme non è solo il frutto della tenacia di una comunità guidata da don Giovanni Turla: è soprattutto un luogo di memoria condivisa. Al suo interno, le iscrizioni dei caduti - alpini e soldati di ogni reparto, provenienti da città diverse d’Italia - convivono senza distinzione, unite dallo stesso rispetto e dallo stesso silenzio.
Don Turla, segnato dall’esperienza come cappellano nella Campagna di Russia, volle che quella chiesetta fosse un punto fermo sopra la valle, un luogo dove ricordare tutti, non solo alcuni. Un luogo che unisce, che accoglie, che custodisce i nomi di chi non è tornato, senza gerarchie né differenze.
Ancora oggi la chiesa racconta questa storia semplice e potente: la memoria non divide, ma tiene insieme. E in quelle pietre, in quei nomi incisi uno accanto all’altro, vive il ricordo di un Paese intero.
Don Turla, segnato dall’esperienza come cappellano nella Campagna di Russia, volle che quella chiesetta fosse un punto fermo sopra la valle, un luogo dove ricordare tutti, non solo alcuni. Un luogo che unisce, che accoglie, che custodisce i nomi di chi non è tornato, senza gerarchie né differenze.
Ancora oggi la chiesa racconta questa storia semplice e potente: la memoria non divide, ma tiene insieme. E in quelle pietre, in quei nomi incisi uno accanto all’altro, vive il ricordo di un Paese intero.
giovedì 26 marzo 2026
La Chiesa degli Alpini di Boario Terme 1
La Chiesa degli Alpini di Boario Terme non nasce come un semplice edificio religioso, ma come un progetto collettivo, quasi un cantiere morale prima ancora che materiale. Quando don Turla iniziò a parlarne, molti la considerarono un’idea ambiziosa, forse troppo per una piccola comunità di montagna. Eppure lui aveva quella capacità rara di trasformare un’intuizione in un punto di ritrovo, un luogo che unisse più che dividere.
Don Turla era un sacerdote pratico, diretto, abituato a guardare le persone negli occhi e a capire cosa potevano dare. Non chiedeva mai l’impossibile, ma sapeva far emergere il possibile. Fu così che, un passo alla volta, la chiesetta prese forma: con il lavoro degli alpini, con le mani dei volontari, con le giornate passate a trasportare materiali lungo il pendio, con la tenacia di chi sente che sta costruendo qualcosa che resterà.
Quando la chiesa fu completata, non era solo un luogo di culto. Era la prova tangibile che una comunità, se guidata da qualcuno che crede davvero in ciò che fa, può realizzare opere che sembrano più grandi di lei. Don Turla non cercava riconoscimenti: gli bastava vedere la gente salire fin lassù, fermarsi un momento, respirare, ritrovare un po’ di sé stessa.
Oggi la chiesetta continua a essere questo: un punto fermo sopra la valle, un luogo che racconta una storia semplice ma forte. La storia di un sacerdote che non si è limitato a celebrare, ma ha costruito; e di una comunità che, seguendolo, ha lasciato un segno concreto e duraturo.
Don Giovanni Turla fu il sacerdote di Boario Terme che negli anni del dopoguerra divenne un punto di riferimento per la comunità, noto per il suo carattere concreto e per la capacità di trasformare idee in opere, come appunto la Chiesa degli Alpini che volle e guidò nella costruzione.
Durante la Campagna di Russia servì come cappellano militare: condivise la vita al fronte con i soldati alpini, assistendoli spiritualmente nelle condizioni estreme del Don, esperienza che segnò profondamente la sua visione umana e pastorale.
Don Turla era un sacerdote pratico, diretto, abituato a guardare le persone negli occhi e a capire cosa potevano dare. Non chiedeva mai l’impossibile, ma sapeva far emergere il possibile. Fu così che, un passo alla volta, la chiesetta prese forma: con il lavoro degli alpini, con le mani dei volontari, con le giornate passate a trasportare materiali lungo il pendio, con la tenacia di chi sente che sta costruendo qualcosa che resterà.
Quando la chiesa fu completata, non era solo un luogo di culto. Era la prova tangibile che una comunità, se guidata da qualcuno che crede davvero in ciò che fa, può realizzare opere che sembrano più grandi di lei. Don Turla non cercava riconoscimenti: gli bastava vedere la gente salire fin lassù, fermarsi un momento, respirare, ritrovare un po’ di sé stessa.
Oggi la chiesetta continua a essere questo: un punto fermo sopra la valle, un luogo che racconta una storia semplice ma forte. La storia di un sacerdote che non si è limitato a celebrare, ma ha costruito; e di una comunità che, seguendolo, ha lasciato un segno concreto e duraturo.
Don Giovanni Turla fu il sacerdote di Boario Terme che negli anni del dopoguerra divenne un punto di riferimento per la comunità, noto per il suo carattere concreto e per la capacità di trasformare idee in opere, come appunto la Chiesa degli Alpini che volle e guidò nella costruzione.
Durante la Campagna di Russia servì come cappellano militare: condivise la vita al fronte con i soldati alpini, assistendoli spiritualmente nelle condizioni estreme del Don, esperienza che segnò profondamente la sua visione umana e pastorale.
martedì 24 marzo 2026
Onori a Domenico Di Cicco
Ci sono storie dimenticate che solo l’interessamento di una persona può riportare alla luce dall’oblio del tempo; è questo il caso del racconto che mi è stato inviato dal Signor Giandomenico a ricordo dei caduti di Villa Santa Maria in provincia di Chieti.
"Era l'estate del 1941, i vagoni erano pieni di canti e di un entusiasmo ingenuo. Nessuno di quei ragazzi, affacciati ai finestrini con le divise grigioverdi ancora immacolate, poteva immaginare cosa li attendeva. Per mesi gli scarponi chiodati del CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) e successivamente dell'ARMIR (Armata Italiana in Russia), marciarono attraverso distese di girasoli che sembravano non finire mai, sotto un sole che bruciava e illudeva i sensi. Ma la Russia era un gigante che dormiva, in attesa del suo alleato più terribile " Il Generale Inverno".
Qui inizia la storia di un soldato, proveniente da un paese abruzzese dove scorre il fiume Sangro... Il 22 giugno 1941, usando il nome in codice Operazione Barbarossa, la Germania nazista invase l’Unione Sovietica. Si trattava dell’operazione militare tedesca più estesa nell’ambito della seconda guerra mondiale. Di conseguenza anche l'Italia, essendo alleata della Germania, partecipò all'Operazione Barbarossa inviando truppe, il famoso CSIR (Corpo di spedizione italiano in Russia). Dal 10 luglio 1941 partirono da Roma, Cremona e Verona 216 treni diretti nelle città di Felsővisó e Borșa, allora territorio ungherese oggi Romania. Su uno di quei treni c'era un giovane soldato di 20 anni, nato a Villa Santa Maria di nome Domenico Di Cicco per tutti Mimì.
Domenico era stato inquadrato nella 52a Divisione di Fanteria "Torino". Quando il suo treno giunse nella zona di arrivo, marciò a piedi per centinaia di chilometri superando i Carpazi, combattendo aspre battaglie tra i fiumi Dnestr e Bug arrivando fino nel Donbass, presso la città di Stalino (l'attuale Donetsk), dove le Divisioni Pasubio, Celere e Torino conquistarono, insieme ai tedeschi, l'Ucraina orientale.
Tra i racconti di Mimì durante la permanenza in territorio sovietico, spiccano quelli sui turni di guardia, che erano al massimo di 15/20 minuti per evitare il congelamento. Oppure quando nella notte udiva i dialoghi e addirittura gli starnuti dei soldati russi, che si trovavano sulla sponda opposta del fiume Dnestr. Paradossalmente nei racconti del giovane soldato abruzzese viene menzionata la sofferenza di sete più che della fame. L'acqua scarseggiava e non vi era possibilità di reperirla. I ghiaccioli che per il freddo si formavano sulle facce dei soldati Italiani, erano una fonte preziosa che loro stessi succhiavano per dissetarsi.
Anche il cibo scarseggiava, le razioni quotidiane erano composte sempre da gallette e scatolame di carne o sardine. Una volta pur di uscire da questa penosa consuetudine, Mimì e i suoi commilitoni si cucinarono degli gnocchi, un ottimo pasto diremmo noi, se non fosse stato che invece delle patate usarono per impasto la vrenna (crusca). Domenico raccontava pure di un incredibile incontro con un altro di Villa Santa Maria, un certo Vincenzo Ronchi, di qualche anno più grande di lui. Vincenzo era riuscito a sapere non si sa come, dove si trovava il suo compaesano, e in piena notte lo raggiunse: con quali risultati emotivi, lo lascio immaginare a voi che in questo momento leggete queste righe.
Mimì ripeteva sempre al figlio Nicola: "Noi italiani, nonostante invasori, eravamo meglio visti e perciò giudicati migliori dalla popolazione russa rispetto ai nostri alleati. La gente locale diceva in un italiano stentato: NOI LO SAPERE BENE VOI ITALIANI AVERE PIU' CUORE NON INVECE COME I TEDESCHI". Basti pensare che una volta i soldati italiani in Russia vennero "invitati" a provare dei nuovi fucili e fin qui nulla di strano, solo che bisognava provarli su esseri umani viventi. Il rifiuto del nostro contingente fu collettivo!
Nonostante tutto Domenico si è sempre ritenuto fortunato durante la campagna in terra sovietica, poiché se fosse partito l'anno successivo con l'8a Armata forse non sarebbe più tornato, come accaduto ad altri giovani "villesi" partiti all'inizio dell'estate del 1942 tra cui ricordiamo:
- Teti Germano di anni 22 del XXX Battaglione Genio/Guastatori,
- un fratello di Armanduccio Di Stefano di nome Mario di anni 20 del 9° Reggimento Alpini,
- Tiberio Francesco detto "Ciccillo" di anni 32 del XLI Battaglione Mortai della M.V.S.N. (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale),
- Di Lullo Ferdinando di anni 21 del 9° Reggimento Alpini,
- Di Laurenzio Orlando di anni 27 della Divisione Tridentina, sezione autotrasporti
- il caporale Marchetti Giovanni di anni 26, marito di Filippa Di Lello, sorella di Nicola Di Lello detto "Masturz".
Dopo la guerra Mimì inizio a lavorare come impiegato nel negozio di calzature e pellame del padre Nicola e dello zio Luigi, fino al 1993.
Nella prima fotografia il Caporale Marchetti Giovanni, ripreso a Villa Santa Maria prima di partire per la Russia. Giovanni, nato a Villa Santa Maria (CH) il 31 agosto 1916, fu inquadrato nel 53° Reggimento Fanteria, marito di Filippa Di Lello, sorella Nicola Di Lello detto "Masturz". Il Caporale Marchetti è disperso in Russia dal 25 gennaio 1943 probabilmente durante l'offensiva dell'esercito sovietico, avvenuta tra il 12 e il 27 gennaio del 1943... "Ostrogorzk-Rossoš" questa è la denominazione della terza fase dell’offensiva invernale dell’Armata Rossa.
Sferrata nel settore dell’alto corso del Don, in pochi giorni provocò la sconfitta del contingente ungherese alleato dei tedeschi e coinvolse nella catastrofe militare anche il Corpo d'Armata Alpino italiano, ultima formazione combattente dell’8a Armata ancora efficiente dopo la disfatta del dicembre 1942 degli altri corpi d’armata schierati più a sud. Nel corso di una drammatica ritirata i superstiti del Corpo d'Armata Alpino, insieme ad altri reparti sbandati tedeschi e ungheresi, raggiunsero la salvezza dopo la disperata battaglia di Nikolajewka.
Il corpo di Giovanni non è mai tornato nella sua terra nativa. Nel cimitero di Villa Santa Maria i familiari hanno posto questa foto in divisa, l'unico ricordo che si ha di questo giovane soldato abruzzese. Sconvolta dal dolore la moglie Filippa fino alla fine dei suoi giorni ha atteso il ritorno del marito, sposato in comune un mese prima della partenza per il fronte russo.
Chiudo questa breve ma intensa storia con una frase di uno scrittore del secolo scorso: "DOVE TANTI SONO MORTI PER NIENTE" e personalmente aggiungo anche i ragazzi di Villa Santa Maria.
"Era l'estate del 1941, i vagoni erano pieni di canti e di un entusiasmo ingenuo. Nessuno di quei ragazzi, affacciati ai finestrini con le divise grigioverdi ancora immacolate, poteva immaginare cosa li attendeva. Per mesi gli scarponi chiodati del CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) e successivamente dell'ARMIR (Armata Italiana in Russia), marciarono attraverso distese di girasoli che sembravano non finire mai, sotto un sole che bruciava e illudeva i sensi. Ma la Russia era un gigante che dormiva, in attesa del suo alleato più terribile " Il Generale Inverno".
Qui inizia la storia di un soldato, proveniente da un paese abruzzese dove scorre il fiume Sangro... Il 22 giugno 1941, usando il nome in codice Operazione Barbarossa, la Germania nazista invase l’Unione Sovietica. Si trattava dell’operazione militare tedesca più estesa nell’ambito della seconda guerra mondiale. Di conseguenza anche l'Italia, essendo alleata della Germania, partecipò all'Operazione Barbarossa inviando truppe, il famoso CSIR (Corpo di spedizione italiano in Russia). Dal 10 luglio 1941 partirono da Roma, Cremona e Verona 216 treni diretti nelle città di Felsővisó e Borșa, allora territorio ungherese oggi Romania. Su uno di quei treni c'era un giovane soldato di 20 anni, nato a Villa Santa Maria di nome Domenico Di Cicco per tutti Mimì.
Domenico era stato inquadrato nella 52a Divisione di Fanteria "Torino". Quando il suo treno giunse nella zona di arrivo, marciò a piedi per centinaia di chilometri superando i Carpazi, combattendo aspre battaglie tra i fiumi Dnestr e Bug arrivando fino nel Donbass, presso la città di Stalino (l'attuale Donetsk), dove le Divisioni Pasubio, Celere e Torino conquistarono, insieme ai tedeschi, l'Ucraina orientale.
Tra i racconti di Mimì durante la permanenza in territorio sovietico, spiccano quelli sui turni di guardia, che erano al massimo di 15/20 minuti per evitare il congelamento. Oppure quando nella notte udiva i dialoghi e addirittura gli starnuti dei soldati russi, che si trovavano sulla sponda opposta del fiume Dnestr. Paradossalmente nei racconti del giovane soldato abruzzese viene menzionata la sofferenza di sete più che della fame. L'acqua scarseggiava e non vi era possibilità di reperirla. I ghiaccioli che per il freddo si formavano sulle facce dei soldati Italiani, erano una fonte preziosa che loro stessi succhiavano per dissetarsi.
Anche il cibo scarseggiava, le razioni quotidiane erano composte sempre da gallette e scatolame di carne o sardine. Una volta pur di uscire da questa penosa consuetudine, Mimì e i suoi commilitoni si cucinarono degli gnocchi, un ottimo pasto diremmo noi, se non fosse stato che invece delle patate usarono per impasto la vrenna (crusca). Domenico raccontava pure di un incredibile incontro con un altro di Villa Santa Maria, un certo Vincenzo Ronchi, di qualche anno più grande di lui. Vincenzo era riuscito a sapere non si sa come, dove si trovava il suo compaesano, e in piena notte lo raggiunse: con quali risultati emotivi, lo lascio immaginare a voi che in questo momento leggete queste righe.
Mimì ripeteva sempre al figlio Nicola: "Noi italiani, nonostante invasori, eravamo meglio visti e perciò giudicati migliori dalla popolazione russa rispetto ai nostri alleati. La gente locale diceva in un italiano stentato: NOI LO SAPERE BENE VOI ITALIANI AVERE PIU' CUORE NON INVECE COME I TEDESCHI". Basti pensare che una volta i soldati italiani in Russia vennero "invitati" a provare dei nuovi fucili e fin qui nulla di strano, solo che bisognava provarli su esseri umani viventi. Il rifiuto del nostro contingente fu collettivo!
Nonostante tutto Domenico si è sempre ritenuto fortunato durante la campagna in terra sovietica, poiché se fosse partito l'anno successivo con l'8a Armata forse non sarebbe più tornato, come accaduto ad altri giovani "villesi" partiti all'inizio dell'estate del 1942 tra cui ricordiamo:
- Teti Germano di anni 22 del XXX Battaglione Genio/Guastatori,
- un fratello di Armanduccio Di Stefano di nome Mario di anni 20 del 9° Reggimento Alpini,
- Tiberio Francesco detto "Ciccillo" di anni 32 del XLI Battaglione Mortai della M.V.S.N. (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale),
- Di Lullo Ferdinando di anni 21 del 9° Reggimento Alpini,
- Di Laurenzio Orlando di anni 27 della Divisione Tridentina, sezione autotrasporti
- il caporale Marchetti Giovanni di anni 26, marito di Filippa Di Lello, sorella di Nicola Di Lello detto "Masturz".
Dopo la guerra Mimì inizio a lavorare come impiegato nel negozio di calzature e pellame del padre Nicola e dello zio Luigi, fino al 1993.
Nella prima fotografia il Caporale Marchetti Giovanni, ripreso a Villa Santa Maria prima di partire per la Russia. Giovanni, nato a Villa Santa Maria (CH) il 31 agosto 1916, fu inquadrato nel 53° Reggimento Fanteria, marito di Filippa Di Lello, sorella Nicola Di Lello detto "Masturz". Il Caporale Marchetti è disperso in Russia dal 25 gennaio 1943 probabilmente durante l'offensiva dell'esercito sovietico, avvenuta tra il 12 e il 27 gennaio del 1943... "Ostrogorzk-Rossoš" questa è la denominazione della terza fase dell’offensiva invernale dell’Armata Rossa.
Sferrata nel settore dell’alto corso del Don, in pochi giorni provocò la sconfitta del contingente ungherese alleato dei tedeschi e coinvolse nella catastrofe militare anche il Corpo d'Armata Alpino italiano, ultima formazione combattente dell’8a Armata ancora efficiente dopo la disfatta del dicembre 1942 degli altri corpi d’armata schierati più a sud. Nel corso di una drammatica ritirata i superstiti del Corpo d'Armata Alpino, insieme ad altri reparti sbandati tedeschi e ungheresi, raggiunsero la salvezza dopo la disperata battaglia di Nikolajewka.
Il corpo di Giovanni non è mai tornato nella sua terra nativa. Nel cimitero di Villa Santa Maria i familiari hanno posto questa foto in divisa, l'unico ricordo che si ha di questo giovane soldato abruzzese. Sconvolta dal dolore la moglie Filippa fino alla fine dei suoi giorni ha atteso il ritorno del marito, sposato in comune un mese prima della partenza per il fronte russo.
Chiudo questa breve ma intensa storia con una frase di uno scrittore del secolo scorso: "DOVE TANTI SONO MORTI PER NIENTE" e personalmente aggiungo anche i ragazzi di Villa Santa Maria.
mercoledì 18 marzo 2026
lunedì 16 marzo 2026
Raimondo Colantonio, un talento unico
Ho conosciuto Raimondo Colantonio l’anno scorso, prima in occasione di una sua mostra e poi durante una delle mie serate, dove era presente tra il pubblico. Fin da subito mi aveva colpito la sua sensibilità profonda, quel modo intenso e rispettoso con cui parlava della Campagna di Russia, capace di far emergere emozioni autentiche. Nei suoi occhi avevo riconosciuto immediatamente le stesse vibrazioni interiori che da anni porto con me.
Qualche settimana fa ci siamo rivisti a Lonate Ceppino, durante un mio convegno in cui Raimondo esponeva le sue opere. Ritrovarlo in quel contesto, circondato dai suoi lavori, ha confermato ciò che avevo intuito al nostro primo incontro: la sua non è solo abilità artistica, ma una forma rara di empatia storica, un sentire profondo che trasforma la memoria in immagini vive e rispettose.
Mi sono ripromesso allora, e lo ribadisco oggi, di parlare di lui e del valore delle sue creazioni. Raimondo possiede un talento unico: mette la sua sensibilità al servizio della memoria dei “nostri”, di coloro che vissero la Campagna di Russia, restituendo dignità, voce e presenza a una storia che merita di essere ricordata con delicatezza e verità.
Raimondo vende le sue opere e può essere contattato al numero 334.5051669.
Qualche settimana fa ci siamo rivisti a Lonate Ceppino, durante un mio convegno in cui Raimondo esponeva le sue opere. Ritrovarlo in quel contesto, circondato dai suoi lavori, ha confermato ciò che avevo intuito al nostro primo incontro: la sua non è solo abilità artistica, ma una forma rara di empatia storica, un sentire profondo che trasforma la memoria in immagini vive e rispettose.
Mi sono ripromesso allora, e lo ribadisco oggi, di parlare di lui e del valore delle sue creazioni. Raimondo possiede un talento unico: mette la sua sensibilità al servizio della memoria dei “nostri”, di coloro che vissero la Campagna di Russia, restituendo dignità, voce e presenza a una storia che merita di essere ricordata con delicatezza e verità.
Raimondo vende le sue opere e può essere contattato al numero 334.5051669.
sabato 14 marzo 2026
Manifestazione a Sala Baganza (PR)
Segnalo questa bella iniziativa (alla quale parteciperò), seppur non è inerente alla Campagna di Russia: per l'84° anniversario dell'affondamento della Nave Galilea, si terrà a Sala Baganza in provincia di Parma, i giorni sabato 21 e domenica 22 marzo 2026, una cerimonia solenne in ricordo dei caduti.
LA STORIA DEL GALILEA.
La Galilea era un piroscafo italiano impiegato durante la Seconda guerra mondiale per il trasporto di truppe. Il 28 marzo 1942 lasciò Patrasso, in Grecia, diretta a Bari come parte di un convoglio navale. A bordo vi erano soprattutto alpini del Battaglione Gemona, appartenenti alla Divisione Julia, insieme a personale sanitario, marinai e altri militari. Molti di loro rientravano in Italia dopo mesi di combattimenti sul fronte greco-albanese. La protezione del convoglio era debole e, nelle ore successive alla partenza, la Galilea venne individuata da un sottomarino britannico, che la colpì con un siluro nelle acque vicino all’isola di Leucade. L’esplosione fu devastante e la nave iniziò a imbarcare acqua rapidamente. Nonostante i tentativi di salvataggio, il piroscafo si capovolse e affondò nella notte, lasciando centinaia di uomini in mare.
L’evacuazione fu caotica: scarse scialuppe, mare freddo, buio totale. Molti alpini, che non avevano mai visto il mare prima di quell’imbarco, non sapevano nuotare. Le operazioni di soccorso arrivarono tardi e non riuscirono a evitare un bilancio drammatico.
Le fonti storiche concordano su un numero di caduti estremamente elevato: circa 1.075 morti secondo una ricostruzione giornalistica dettagliata. I superstiti furono circa 280.
Si tratta di una delle più gravi tragedie navali italiane della guerra, rimasta a lungo poco conosciuta nonostante l’enorme impatto sulle comunità alpine del Nord Italia.
LA STORIA DEL GALILEA.
La Galilea era un piroscafo italiano impiegato durante la Seconda guerra mondiale per il trasporto di truppe. Il 28 marzo 1942 lasciò Patrasso, in Grecia, diretta a Bari come parte di un convoglio navale. A bordo vi erano soprattutto alpini del Battaglione Gemona, appartenenti alla Divisione Julia, insieme a personale sanitario, marinai e altri militari. Molti di loro rientravano in Italia dopo mesi di combattimenti sul fronte greco-albanese. La protezione del convoglio era debole e, nelle ore successive alla partenza, la Galilea venne individuata da un sottomarino britannico, che la colpì con un siluro nelle acque vicino all’isola di Leucade. L’esplosione fu devastante e la nave iniziò a imbarcare acqua rapidamente. Nonostante i tentativi di salvataggio, il piroscafo si capovolse e affondò nella notte, lasciando centinaia di uomini in mare.
L’evacuazione fu caotica: scarse scialuppe, mare freddo, buio totale. Molti alpini, che non avevano mai visto il mare prima di quell’imbarco, non sapevano nuotare. Le operazioni di soccorso arrivarono tardi e non riuscirono a evitare un bilancio drammatico.
Le fonti storiche concordano su un numero di caduti estremamente elevato: circa 1.075 morti secondo una ricostruzione giornalistica dettagliata. I superstiti furono circa 280.
Si tratta di una delle più gravi tragedie navali italiane della guerra, rimasta a lungo poco conosciuta nonostante l’enorme impatto sulle comunità alpine del Nord Italia.
lunedì 9 marzo 2026
Le fotografie di Carlo Mezzena, 22
Le fotografie di Carlo Mezzena, Sottotenente della 31ª Batteria del Gruppo Bergamo, Divisione Alpina Tridentina. Ogni fotografia è stata recuperata dalla precedente pubblicazione dell'intero album e trattata con l'intelligenza artificiale per renderla più nitida e dettagliata.
"La 31a inizia le scarpinate - Strano il basto è ancora completo".
Ritorna all'Archivio fotografico Sottotenente Carlo Mezzena.
"La 31a inizia le scarpinate - Strano il basto è ancora completo".
Ritorna all'Archivio fotografico Sottotenente Carlo Mezzena.
domenica 8 marzo 2026
Le fotografie di Carlo Mezzena, 21
Le fotografie di Carlo Mezzena, Sottotenente della 31ª Batteria del Gruppo Bergamo, Divisione Alpina Tridentina. Ogni fotografia è stata recuperata dalla precedente pubblicazione dell'intero album e trattata con l'intelligenza artificiale per renderla più nitida e dettagliata.
"La 31a inizia le scarpinate - Il solito alt, il solito panorama".
Ritorna all'Archivio fotografico Sottotenente Carlo Mezzena.
"La 31a inizia le scarpinate - Il solito alt, il solito panorama".
Ritorna all'Archivio fotografico Sottotenente Carlo Mezzena.
sabato 7 marzo 2026
Le fotografie di Carlo Mezzena, 20
Le fotografie di Carlo Mezzena, Sottotenente della 31ª Batteria del Gruppo Bergamo, Divisione Alpina Tridentina. Ogni fotografia è stata recuperata dalla precedente pubblicazione dell'intero album e trattata con l'intelligenza artificiale per renderla più nitida e dettagliata.
"La 31a inizia le scarpinate - Le salmerie chiudono la colonna".
Ritorna all'Archivio fotografico Sottotenente Carlo Mezzena.
"La 31a inizia le scarpinate - Le salmerie chiudono la colonna".
Ritorna all'Archivio fotografico Sottotenente Carlo Mezzena.
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