lunedì 13 aprile 2026

Convegno a Bussolengo (VR) 2026

Ultimo appuntamento del 2026 fino alla ripresa che avverrà il prossimo inverno e conferenza numero 50 a Bussolengo (VR) Sabato 18 aprile alle ore 20.30 presso "Villa Spinola - Salone delle Cerimonie", Via Citella 52. Convengo "1941-1943 CSIR-ARMIR, Documenti & Immagini per non dimenticare". Vi aspetto!

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sabato 4 aprile 2026

Il futuro dell'A.N.A.

L’evento “Il futuro dell’ANA tra tradizione e rinnovamento”, organizzato dalla Sezione ANA di Brescia, sarà una serata di confronto dedicata al ruolo dell’associazione e al coinvolgimento delle nuove generazioni.

Sarò onoratissimo di essere ospite e di poter offrire il mio contributo insieme agli altri partecipanti.

Luogo: Sede sezionale ANA di Brescia, Via Nikolajewka 15

Data e ora: Venerdì 10 aprile, ore 20:30

venerdì 3 aprile 2026

Onori a Riccardo Bennicelli

"𝐏𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐏𝐚𝐭𝐫𝐢𝐚 𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐑𝐞": 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐧𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐥𝐩𝐢𝐧𝐨 𝐑𝐢𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐁𝐞𝐧𝐧𝐢𝐜𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐝𝐢 𝐏𝐢𝐞𝐫𝐟𝐫𝐚𝐧𝐜𝐨 𝐌𝐚𝐥𝐟𝐞𝐭𝐭𝐚𝐧𝐢.

𝘙𝘪𝘯𝘨𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰 𝘷𝘪𝘷𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘭’𝘢𝘮𝘪𝘤𝘰 𝘗𝘪𝘦𝘳𝘧𝘳𝘢𝘯𝘤𝘰 𝘔𝘢𝘭𝘧𝘦𝘵𝘵𝘢𝘯𝘪 𝘦 𝘪 𝘨𝘦𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪 𝘥𝘦𝘭 𝘴𝘪𝘵𝘰 “𝘚𝘵𝘰𝘳𝘪𝘢 𝘪𝘯 𝘈𝘳𝘮𝘪” (𝘩𝘵𝘵𝘱𝘴://𝘸𝘸𝘸.𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘢𝘪𝘯𝘢𝘳𝘮𝘪.𝘪𝘵/) 𝘱𝘦𝘳 𝘢𝘷𝘦𝘳𝘮𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘤𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘪𝘭 𝘱𝘦𝘳𝘮𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘥𝘪 𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘴𝘦𝘨𝘶𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘢𝘳𝘵𝘪𝘤𝘰𝘭𝘰.

Gli archivi e le raccolte di memorie familiari sono sovente una delle fonti dalle quali attingere documentazioni inedite e di notevole interesse storico; è il caso delle carte relative ad un giovane ufficiale del corpo degli Alpini caduto in terra russa nel 1943, il tenente Riccardo Bennicelli, conservate con ammirevole cura dai discendenti.

La raccolta comprende documenti personali, corrispondenza e diverse fotografie relative al servizio militare e alle campagne di Francia e Grecia. Partendo da questi elementi e aggiungendo ad essi le precisazioni fornite dai documenti ufficiali siamo in grado di offrire ai lettori la vicenda umana di un giovane militare accompagnate da una serie di immagini di particolare interesse e certamente inedite.

Nato a Genova il 7 dicembre 1918, quarto di cinque figli, nipote del generale, conte e senatore Alfredo Bennicelli, Riccardo Bennicelli compì studi universitari presso la facoltà di chimica della Regia Università di Genova, studi successivamente interrotti. Nell’autunno 1939 venne ammesso alla Scuola allievi ufficiali di complemento di Artiglieria di Lucca in qualità di allievo ufficiale, istituto che frequentò fino ai primi mesi del 1940.

Durante tale periodo di formazione, il comandante di batteria (4 Batteria 75/13 specialità alpina) compilò le note caratteristiche dell’allievo così esprimendosi: “…poco volitivo e deciso, chiuso, schivo, volubile, apatico, disciplinato, buon camerata, di sufficiente passione per la vita militare; più adatto alla vita di ufficio”, mentre il comandante della Scuola, complessivamente, lo giudicava “…di capacità sufficiente. Ha bisogno di essere guidato, incitato e controllato”.

Destinato al Gruppo artiglieria alpina “Val Po” con il grado di sottotenente, nel 1940 il giovane fu richiamato alle armi in vista dell’impiego contro la Francia; dal giugno dello stesso anno il “Val Po” rimase inizialmente schierato nella zona di Cuneo per poi muovere in territorio francese, essendo assegnato al II Raggruppamento alpini Valle - Settore Val Varaita Po (XV Corpo d’Armata), comandato dal generale Paolo Berardi; tale raggruppamento era costituito dai battaglioni alpini “Val Chiese”, “Val Camonica”, “Valtellina”, “Val d’Intelvi”, dal XXXVIII Battaglione Camicie Nere e dai gruppi artiglieria alpina “Val Po” e “Val Camonica”.

Secondo le memorie familiari il giovane sottotenente non partecipò con il suo reparto ad alcuno scontro a fuoco, ma penetrò in territorio nemico (Valle Ubaye) in almeno un paio di occasioni; per il periodo delle operazioni la batteria dove egli prestò servizio fu presente nei territori nazionali di Piasco, Borgo San Dalmazzo e Ponte Chianale, tutte località della provincia di Cuneo. Rientrato in Patria dopo la fine del breve conflitto contro la Francia, il sottotenente Bennicelli fu assorbito dalle consuete attività addestrative.

𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐆𝐫𝐞𝐜𝐢𝐚.

Dall’autunno 1940 l’ufficiale fu confermato in forza alla 74 Batteria del Gruppo “Val Po” (formato dalle batterie 72 , 73 e 74 ), che salpò da Bari con il piroscafo Piemonte diretto in Albania, teatro operativo da dove, il 28 ottobre di quell’anno, era stato scatenato l’attacco italiano contro la Grecia. Durante le complicate operazioni su quel fronte il comportamento saldo delle truppe alpine evitò in molti casi il tracollo completo del nostro esercito, passato in breve tempo dalla posizione di baldanzoso attaccante a quella di trafelato difensore.

La batteria dove servì l’ufficiale genovese partecipò a numerosi combattimenti in terra albanese nelle località di Bubesi, Cropisti, Berati, Marizai, nella zona del monte Tomori e nelle vicinanze di Argirocastro. Le artiglierie in dotazione erano gli obici Skoda da 75/13 ex-austriaci, ottima arma scomponibile e someggiabile su 7 carichi; per la sua validità l’arma rimase in servizio anche nell’Esercito Italiano fino alla fine degli anni Sessanta, soppiantato solamente dal nuovo obice nazionale da 105/14.

Dalla bibliografia ufficiale relativa a tale campagna si apprende che il giorno 18 novembre 1940 il gruppo era sbarcato a Valona ed era stato inserito nell’11 Armata; il giorno seguente il generale Carlo Geloso ordinava che il “Val Po” fosse impiegato per la preventiva occupazione delle posizioni di arresto, nel quadro dell’arretramento del fronte sotto la impetuosa controffensiva greca; il giorno 22 il “Val Po”, assegnato al VIII Corpo d’Armata del generale Emilio Bancale, raggiunse il settore Lengarica e si schierò nella zona di Novosele, verosimilmente impiegato in rimpiazzo dei reparti della divisione “Julia” duramente provati dalla controffensiva greca; il 24 novembre il gruppo era operativo nel settore di Lengarica insieme all’8° e al 9° Reggimento Alpini, al I Gruppo Alpini “Valle” e al Gruppo artiglieria “Val Tanaro”; il 2 dicembre 1940 il Comando della 3 Divisione alpina “Julia”, in una “Situazione Divisione” (n.676 di prot. Op.) a firma del generale di brigata comandante Mario Girotti, informava che il 3° Reggimento Artiglieria alpina, con i gruppi “Val Po” e “Val Tanaro” era schierato in zona Raban; in tale documento si affermava che diversi pezzi risultavano “(…) perduti, sia perché colpiti da artiglieria nemica, sia perché precipitati con muli esauriti (…)”; in data 3 dicembre si precisava che le batterie 25 e 26 del “Val Tanaro” disponevano in totale di 5 pezzi, il gruppo “Conegliano” di 2 soli pezzi così come pure il “Val Po”.

In merito al comportamento del tenente Bennicelli sul fronte greco-albanese il comandante della sua batteria così si espresse: "Ho avuto alle mie dipendenze dal 26 novembre al 31 dicembre 1940 il S/ten. Bennicelli Riccardo in funzione di comandante di sezione. (…) ha partecipato ai fatti d’arme di Gostovishte (27-29 novembre 1940), ciclo operativo alle dipendenze dell’8° Alpini 4-24 dicembre 1940), fatto d’arme di Chiavista e Fratosit e Mali Potajanit (25-31 dicembre 1940) (…) Le avversità, le difficoltà, le situazioni più confuse e disperate, hanno fatto eccellere in questo giovane una tempra di soldato dal carattere fermo, una sicura competenza dell’impiego del personale e del materiale, una figura di comandante solo dedito al bene dei propri uomini, cui è stato fulgido esempio di completa dedizione al proprio reparto, di valoroso specialmente nel momento in cui dimostrarsi tale richiedeva un maggior sacrificio. È stato proposto per ricompensa al valor militare. Nel complesso le circostanze eccezionali di guerra in cui è venuto a trovarsi il Bennicelli hanno permesso che questi si sia rivelato sotto ogni aspetto, fisico, intellettuale, morale, un ottimo ufficiale”.

In conseguenza del valoroso comportamento durante uno scontro il sottotenente genovese meritò la croce di guerra al Valor Militare con la seguente motivazione: “Comandante di sezione di batteria alpina durante aspri combattimenti infondeva con l’esempio la calma nei suoi dipendenti continuando il fuoco dei suoi pezzi anche sotto violenti e precisi tiri di controbatteria. Investita la sua batteria direttamente dal nemico in forze ne conteneva l’irruenza a colpi di bombe a mano - Gostovishte (fronte greco), 29 novembre 1940 XVIII”.

Contestualmente alla meritata decorazione il giovane ufficiale genovese ottenne la promozione al grado di tenente. Il Bennicelli fece rientro in territorio nazionale via mare, salpando dall’Albania il 23 maggio 1941; nel periodo trascorso in Italia il tenente di artiglieria alpina contrasse matrimonio con la signorina Gianna Sapelli, dalla quale in seguito aspetterà una figlia che, purtroppo, non conoscerà mai.

𝐒𝐮𝐥 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐞 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥'𝐀𝐑𝐌𝐈𝐑.

Al 21 marzo del 1941, nel Quadro di battaglia dell’11 Armata, il gruppo “Val Po” risultava inserito nel Corpo d’Armata Speciale comandato dal generale di divisione Giovanni Messe; il giorno 27 il gruppo era assegnato in rinforzo al XXV Corpo d’Armata. Con l’allestimento del Corpo d’Armata alpino - confluito nell’ARMIR - il “Val Po” fu assegnato alla 4 Divisione alpina “Cuneense”. Il gruppo era strutturato su due batterie (72 e 73) e un Reparto munizioni e viveri; in vista dell’impiego in Russia fu equipaggiato con i cannoni francesi Schneider da 105/11 Mod.29, arma di preda bellica francese o greca e scomponibile per il trasporto someggiato, allo scopo di potenziare, sia pur di poco, il volume di fuoco della divisione. Il gruppo - giunto sul suolo russo nel luglio 1942 - fu posto al comando del tenente colonnello Gesseri, mentre le batterie 72 e 73 rispettivamente ai capitani De Silvestri e Rossi.

Dal 19 di agosto la Cuneense fu orientata nel settore di Starobilsk, assumendo posizione difensiva nel quadro del Corpo d’Armata Alpino. Al 25 settembre il Gruppo “Val Po” schierò le sue batterie alle spalle del battaglione alpini “Dronero” - in posizione sul fiume Don - e avendo a sua volta alle spalle il battaglione Saluzzo. Tra l’11 e il 17 dicembre 1942 la “Cuneense” fu progressivamente investita dall’offensiva sovietica che era riuscita ad aggirare la divisione sul lato destro del proprio schieramento, all’altezza di Novo Kalitwa; le truppe si batterono con estremo valore riuscendo sostanzialmente a rintuzzare tutti gli assalti nemici, ma subendo gravi perdite e dovendo oltretutto sottostare agli ordini germanici che vietavano lo sganciamento dal fronte.

Solamente il 17 gennaio la grande unità fu autorizzata a ritirarsi dalle posizioni così difficilmente tenute a fronte di preponderanti forze corazzate nemiche, per tentare di unirsi ad altri reparti italiani in ritirata. È superfluo sottolineare che la marcia si dovette compiere a piedi, costituendo colonne con slitte trainate da pochi muli, in un paesaggio dominato dagli eventi meteorologici particolarmente rigidi (fu raggiunta la temperatura di -35°) e su terreno ostile, privo di risorse, tormentati da continui attacchi aerei, di carri armati, truppe a cavallo e partigiani russi. A ciò va aggiunto che gli italiani, come è noto, non erano attrezzati adeguatamente per affrontare il micidiale complesso di fattori negativi che va sotto il nome di “generale inverno”.

Il 19 gennaio la 72 batteria fu attaccata da superiori forze russe e quasi interamente distrutta, mentre verso le 15 del giorno seguente, durante i combattimenti di Novo Postojalovka andava perduta totalmente l’altra batteria del gruppo “Val Po”. Tra il 21 e il 25 gennaio gli alpini della “Cuneense” riuscirono a raggiungere Nowo Karkowka, perdendo definitivamente il contatto con la colonna dei commilitoni della “Tridentina”; il 25, continuamente tallonata e attaccata da elementi russi, la “Cuneense” riuscì ancora a sganciarsi e a puntare verso Suchowo. Dopo dodici giorni di marcia inframezzati a continui scontri con partigiani e forze regolari russe, i resti della “Cuneense” - esausti fisicamente e moralmente molto provati - furono circondati da truppe nemiche il 28 gennaio 1943 nei dintorni della località di Valuiki, dove dovettero definitivamente arrendersi.

Tra i militari catturati dall’Armata Rossa si trovava anche il comandante divisionale, generale Emilio Battisti. Le perdite subite dal Corpo d’Armata alpino in Russia furono così sintetizzate: “(…).

Esse furono causate:
1. Dai combattimenti sostenuti dalla Divisione “Julia” nel quadro del XXIV Corpo d’Armata corazzato germanico e da quelli sostenuti dai reparti dell’ala destra della Divisione “Cuneense”, al limite meridionale del settore;
2. Dalle azioni di resistenza sul Don svolte dalle Divisioni “Tridentina”, “Vicenza” e “Cuneense”;
3. Dall’incursione delle unità corazzate sovietiche a Rossosch;
4. Dai combattimenti sostenuti per rompere i vari successivi accerchiamenti attuati dai sovietici;
5. Dai disagi e dalle privazioni sofferti in tredici giorni di ripiegamento effettuato a piedi, in condizioni climatiche riconosciute dalla Relazione sovietica come proibitive per gli stessi russi. (…)”.

𝐋𝐚 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐞 𝐢𝐧 𝐩𝐫𝐢𝐠𝐢𝐨𝐧𝐢𝐚.

Caduti prigionieri del nemico, i superstiti stremati furono radunati ed avviati verso l’interno del territorio russo, in una delle tristemente famose “marce del dawaj!” (avanti!) durante la quale molti alpini furono sbrigativamente uccisi dalle guardie perché non più in grado di camminare. Trascinati nel campo di concentramento di Khrinovaja (Russia) i prigionieri sopravvissuti alla marcia furono ammassati nel grande centro ippico di quella località, una struttura realizzata in epoca zarista e frettolosamente riadattata per contenere i numerosi militari romeni, ungheresi e italiani, reclusi nelle stalle per cavalli in singoli e stretti box che arrivarono a contenere anche 40 uomini, in condizioni igieniche spaventose.

Prostrati dalle fatiche delle marce, sottoalimentati, esposti alle temperature inclementi e al rapido propagarsi delle malattie infettive, i prigionieri che fino a quel momento erano riusciti a sopravvivere iniziarono a deperire ulteriormente e, senza alcuna possibilità di cure e di soccorso, a spirare in gran numero. Nel memoriale manoscritto dell’allora tenente Mario Buffa, ufficiale della “Cuneense”, anch’egli recluso a Khrinovaja, circa la sorte del parigrado Bennicelli si legge: “(…) Il primo nel box è il povero Bennicelli. Si indebolisce sempre più, piange sempre. Un giorno si rende necessario il suo trasferimento in un box particolare dove muore. Arrivo in tempo per vederlo negli ultimi istanti con Turla che gli dà l’assoluzione in extremis. (…)”.

Nel luglio 1946, il fratello Pino, già ufficiale pilota della Regia Aeronautica, partecipando ad un incontro con ex commilitoni, riuscì a raccogliere casualmente da alcuni reduci precise testimonianze di prigionia che attestavano senza dubbio il decesso del fratello, avvenuto il 28 febbraio nel campo di Khrinovaja. La sorte del tenente Bennicelli, e dei suoi compagni di prigionia, è stata chiaramente tramandata anche in due tra i più diffusi volumi dedicati alle vicende dell’ARMIR in Russia e precisamente: "Sette rubli per il cappellano", del cappellano militare don G. M. Turla, e "Il cavallo rosso", romanzo di Eugenio Corti.

Sulle vicende dei prigionieri italiani nella Russia comunista è stato così scritto: “(…)su circa 70.000 soldati italiani catturati dall’Armata Rossa dopo la disfatta dell’ARMIR, 10.087 furono rimpatriati, ossia appunto solamente il 14%. Tale percentuale risulta spaventosamente bassa soprattutto se confrontata con le percentuali di prigionieri di guerra italiani rimpatriati dalle altre potenze belligeranti (…) ad esempio, nel solo campo di Tambov il tasso di mortalità tra i prigionieri fu nel 1943 del 90%, mentre circa 7.000 italiani internati nel campo di Minchurinsk ne sopravvissero solo 250; la fame portò anche ad episodi di cannibalismo, come nel campo di Krinowaja tanto che gli ufficiali presenti istituirono delle ronde per prevenire tali fenomeni (…)”.

Nel mese di luglio del 2007, grazie al supporto organizzativo dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia (U.N.I.R.R.), un gruppo di famigliari dei caduti raggiunse il territorio russo in un lungo pellegrinaggio a mezzo autopullman; il giorno 11 luglio, con comprensibile emozione, alcuni discendenti del tenente Bennicelli visitarono l’ex campo di Khrinovaja e il bosco sorto sulle fosse comuni che raccolgono circa 80.000 salme di caduti, in prevalenza militari romeni e ungheresi, ma anche diverse centinaia di soldati italiani. Alla presenza del tricolore nazionale, con semplice ma toccante cerimonia i famigliari del tenente deposero alcuni oggetti simbolici intorno al monumento che ricorda i tanti caduti, intendendo idealmente porgere un estremo saluto al loro caro e ai suoi tanti commilitoni così tragicamente scomparsi.











mercoledì 1 aprile 2026

GIS - Novità Marzo 2026

Le novità di Marzo 2026 del sito GIS Campagna di Russia 1941-1943.

Link del sito GIS https://www.gis-campagna-russia-1941-1943.it

Link della pagina Facebook https://www.facebook.com/groups/campagnadirussiagis

LE LOCALITA' DEL CSIR E DELL'ARMIR.
- Artemovsk / Bakhmut
- Bilohoriwka / Belogorowka

LE OPERAZIONI DEL CSIR.
- Artemovsk / Bakhmut, aeroporto, 12.06.1942
- Bilohoriwka / Belogorowka, aeroporto, 10.06.1942
- Debalzewo / Debal'ceve, aeroporto, 06.05.1942
- Debalzewo / Debal'ceve, aeroporto, 13.05.1942
- Olchowatka / Olichowatka / Olkhovatka, aeroporto, 22.03.1942
- Sslawjanka / Slavyanka, aeroporto, 23-24.03.1942
- Sslawjanka / Slavyanka, aeroporto, 30.03.1942
- Sslawjanka / Slavyanka, aeroporto, 08.05.1942
- Stalino / Jussowo / Donec'k, aeroporto, 24.03.1942
- Stalino / Jussowo / Donec'k, aeroporto, 03.1942
- Stalino / Jussowo / Donec'k, aeroporto, 05.05.1942
- Stalino / Jussowo / Donec'k, aeroporto, 10.05.1942
- Stalino / Jussowo / Donec'k, aeroporto, 23.05.1942
- Stalino / Jussowo / Donec'k, aeroporto, 05.1942

OSPEDALI, CAMPI DI PRIGIONIA E CIMITERI.
- Baskaia / Baskaya, campo n. 241/4
- Berezniki, campo n. 241/2 e cimitero con 4 caduti
- Čusovoj / Ciusovoj / Chusovoy, campo n. 241/?
- Elabuga / Yelabuga / Elabuga, campo n. 97 con 8 caduti
- Gubakha / Gubacha, campo n. 241/3
- Kizel, campo n. 241/5 e fossa comune con 14 caduti
- Solikamsk, campo 241/5
- Vsevolodo-Vilva, campo n. 241/1 con cippo e area cimiteriale con circa 215 caduti
- Vsevolodo-Vilva, campo n. 241/1 con cippo e area cimiteriale con circa 215 caduti (fotografia)

martedì 31 marzo 2026

La Chiesa degli Alpini di Boario Terme 3

Scendere nella cripta della chiesa degli Alpini a Boario Terme è come entrare in un silenzio che parla. Le pareti, ricoperte di targhe, custodiscono i nomi di chi non è più tornato, e ognuna sembra raccontare una storia sospesa nel tempo.

venerdì 27 marzo 2026

La Chiesa degli Alpini di Boario Terme 2

La Chiesa degli Alpini di Boario Terme non è solo il frutto della tenacia di una comunità guidata da don Giovanni Turla: è soprattutto un luogo di memoria condivisa. Al suo interno, le iscrizioni dei caduti - alpini e soldati di ogni reparto, provenienti da città diverse d’Italia - convivono senza distinzione, unite dallo stesso rispetto e dallo stesso silenzio.

Don Turla, segnato dall’esperienza come cappellano nella Campagna di Russia, volle che quella chiesetta fosse un punto fermo sopra la valle, un luogo dove ricordare tutti, non solo alcuni. Un luogo che unisce, che accoglie, che custodisce i nomi di chi non è tornato, senza gerarchie né differenze.

Ancora oggi la chiesa racconta questa storia semplice e potente: la memoria non divide, ma tiene insieme. E in quelle pietre, in quei nomi incisi uno accanto all’altro, vive il ricordo di un Paese intero.

































giovedì 26 marzo 2026

La Chiesa degli Alpini di Boario Terme 1

La Chiesa degli Alpini di Boario Terme non nasce come un semplice edificio religioso, ma come un progetto collettivo, quasi un cantiere morale prima ancora che materiale. Quando don Turla iniziò a parlarne, molti la considerarono un’idea ambiziosa, forse troppo per una piccola comunità di montagna. Eppure lui aveva quella capacità rara di trasformare un’intuizione in un punto di ritrovo, un luogo che unisse più che dividere.

Don Turla era un sacerdote pratico, diretto, abituato a guardare le persone negli occhi e a capire cosa potevano dare. Non chiedeva mai l’impossibile, ma sapeva far emergere il possibile. Fu così che, un passo alla volta, la chiesetta prese forma: con il lavoro degli alpini, con le mani dei volontari, con le giornate passate a trasportare materiali lungo il pendio, con la tenacia di chi sente che sta costruendo qualcosa che resterà.

Quando la chiesa fu completata, non era solo un luogo di culto. Era la prova tangibile che una comunità, se guidata da qualcuno che crede davvero in ciò che fa, può realizzare opere che sembrano più grandi di lei. Don Turla non cercava riconoscimenti: gli bastava vedere la gente salire fin lassù, fermarsi un momento, respirare, ritrovare un po’ di sé stessa.

Oggi la chiesetta continua a essere questo: un punto fermo sopra la valle, un luogo che racconta una storia semplice ma forte. La storia di un sacerdote che non si è limitato a celebrare, ma ha costruito; e di una comunità che, seguendolo, ha lasciato un segno concreto e duraturo.

Don Giovanni Turla fu il sacerdote di Boario Terme che negli anni del dopoguerra divenne un punto di riferimento per la comunità, noto per il suo carattere concreto e per la capacità di trasformare idee in opere, come appunto la Chiesa degli Alpini che volle e guidò nella costruzione.

Durante la Campagna di Russia servì come cappellano militare: condivise la vita al fronte con i soldati alpini, assistendoli spiritualmente nelle condizioni estreme del Don, esperienza che segnò profondamente la sua visione umana e pastorale.













martedì 24 marzo 2026

Onori a Domenico Di Cicco

Ci sono storie dimenticate che solo l’interessamento di una persona può riportare alla luce dall’oblio del tempo; è questo il caso del racconto che mi è stato inviato dal Signor Giandomenico a ricordo dei caduti di Villa Santa Maria in provincia di Chieti.

"Era l'estate del 1941, i vagoni erano pieni di canti e di un entusiasmo ingenuo. Nessuno di quei ragazzi, affacciati ai finestrini con le divise grigioverdi ancora immacolate, poteva immaginare cosa li attendeva. Per mesi gli scarponi chiodati del CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) e successivamente dell'ARMIR (Armata Italiana in Russia), marciarono attraverso distese di girasoli che sembravano non finire mai, sotto un sole che bruciava e illudeva i sensi. Ma la Russia era un gigante che dormiva, in attesa del suo alleato più terribile " Il Generale Inverno".

Qui inizia la storia di un soldato, proveniente da un paese abruzzese dove scorre il fiume Sangro... Il 22 giugno 1941, usando il nome in codice Operazione Barbarossa, la Germania nazista invase l’Unione Sovietica. Si trattava dell’operazione militare tedesca più estesa nell’ambito della seconda guerra mondiale. Di conseguenza anche l'Italia, essendo alleata della Germania, partecipò all'Operazione Barbarossa inviando truppe, il famoso CSIR (Corpo di spedizione italiano in Russia). Dal 10 luglio 1941 partirono da Roma, Cremona e Verona 216 treni diretti nelle città di Felsővisó e Borșa, allora territorio ungherese oggi Romania. Su uno di quei treni c'era un giovane soldato di 20 anni, nato a Villa Santa Maria di nome Domenico Di Cicco per tutti Mimì.

Domenico era stato inquadrato nella 52a Divisione di Fanteria "Torino". Quando il suo treno giunse nella zona di arrivo, marciò a piedi per centinaia di chilometri superando i Carpazi, combattendo aspre battaglie tra i fiumi Dnestr e Bug arrivando fino nel Donbass, presso la città di Stalino (l'attuale Donetsk), dove le Divisioni Pasubio, Celere e Torino conquistarono, insieme ai tedeschi, l'Ucraina orientale.

Tra i racconti di Mimì durante la permanenza in territorio sovietico, spiccano quelli sui turni di guardia, che erano al massimo di 15/20 minuti per evitare il congelamento. Oppure quando nella notte udiva i dialoghi e addirittura gli starnuti dei soldati russi, che si trovavano sulla sponda opposta del fiume Dnestr. Paradossalmente nei racconti del giovane soldato abruzzese viene menzionata la sofferenza di sete più che della fame. L'acqua scarseggiava e non vi era possibilità di reperirla. I ghiaccioli che per il freddo si formavano sulle facce dei soldati Italiani, erano una fonte preziosa che loro stessi succhiavano per dissetarsi.

Anche il cibo scarseggiava, le razioni quotidiane erano composte sempre da gallette e scatolame di carne o sardine. Una volta pur di uscire da questa penosa consuetudine, Mimì e i suoi commilitoni si cucinarono degli gnocchi, un ottimo pasto diremmo noi, se non fosse stato che invece delle patate usarono per impasto la vrenna (crusca). Domenico raccontava pure di un incredibile incontro con un altro di Villa Santa Maria, un certo Vincenzo Ronchi, di qualche anno più grande di lui. Vincenzo era riuscito a sapere non si sa come, dove si trovava il suo compaesano, e in piena notte lo raggiunse: con quali risultati emotivi, lo lascio immaginare a voi che in questo momento leggete queste righe.

Mimì ripeteva sempre al figlio Nicola: "Noi italiani, nonostante invasori, eravamo meglio visti e perciò giudicati migliori dalla popolazione russa rispetto ai nostri alleati. La gente locale diceva in un italiano stentato: NOI LO SAPERE BENE VOI ITALIANI AVERE PIU' CUORE NON INVECE COME I TEDESCHI". Basti pensare che una volta i soldati italiani in Russia vennero "invitati" a provare dei nuovi fucili e fin qui nulla di strano, solo che bisognava provarli su esseri umani viventi. Il rifiuto del nostro contingente fu collettivo!

Nonostante tutto Domenico si è sempre ritenuto fortunato durante la campagna in terra sovietica, poiché se fosse partito l'anno successivo con l'8a Armata forse non sarebbe più tornato, come accaduto ad altri giovani "villesi" partiti all'inizio dell'estate del 1942 tra cui ricordiamo:
- Teti Germano di anni 22 del XXX Battaglione Genio/Guastatori,
- un fratello di Armanduccio Di Stefano di nome Mario di anni 20 del 9° Reggimento Alpini,
- Tiberio Francesco detto "Ciccillo" di anni 32 del XLI Battaglione Mortai della M.V.S.N. (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale),
- Di Lullo Ferdinando di anni 21 del 9° Reggimento Alpini,
- Di Laurenzio Orlando di anni 27 della Divisione Tridentina, sezione autotrasporti
- il caporale Marchetti Giovanni di anni 26, marito di Filippa Di Lello, sorella di Nicola Di Lello detto "Masturz".

Dopo la guerra Mimì inizio a lavorare come impiegato nel negozio di calzature e pellame del padre Nicola e dello zio Luigi, fino al 1993.

Nella prima fotografia il Caporale Marchetti Giovanni, ripreso a Villa Santa Maria prima di partire per la Russia. Giovanni, nato a Villa Santa Maria (CH) il 31 agosto 1916, fu inquadrato nel 53° Reggimento Fanteria, marito di Filippa Di Lello, sorella Nicola Di Lello detto "Masturz". Il Caporale Marchetti è disperso in Russia dal 25 gennaio 1943 probabilmente durante l'offensiva dell'esercito sovietico, avvenuta tra il 12 e il 27 gennaio del 1943... "Ostrogorzk-Rossoš" questa è la denominazione della terza fase dell’offensiva invernale dell’Armata Rossa.

Sferrata nel settore dell’alto corso del Don, in pochi giorni provocò la sconfitta del contingente ungherese alleato dei tedeschi e coinvolse nella catastrofe militare anche il Corpo d'Armata Alpino italiano, ultima formazione combattente dell’8a Armata ancora efficiente dopo la disfatta del dicembre 1942 degli altri corpi d’armata schierati più a sud. Nel corso di una drammatica ritirata i superstiti del Corpo d'Armata Alpino, insieme ad altri reparti sbandati tedeschi e ungheresi, raggiunsero la salvezza dopo la disperata battaglia di Nikolajewka.

Il corpo di Giovanni non è mai tornato nella sua terra nativa. Nel cimitero di Villa Santa Maria i familiari hanno posto questa foto in divisa, l'unico ricordo che si ha di questo giovane soldato abruzzese. Sconvolta dal dolore la moglie Filippa fino alla fine dei suoi giorni ha atteso il ritorno del marito, sposato in comune un mese prima della partenza per il fronte russo.

Chiudo questa breve ma intensa storia con una frase di uno scrittore del secolo scorso: "DOVE TANTI SONO MORTI PER NIENTE" e personalmente aggiungo anche i ragazzi di Villa Santa Maria.





lunedì 16 marzo 2026

Raimondo Colantonio, un talento unico

Ho conosciuto Raimondo Colantonio l’anno scorso, prima in occasione di una sua mostra e poi durante una delle mie serate, dove era presente tra il pubblico. Fin da subito mi aveva colpito la sua sensibilità profonda, quel modo intenso e rispettoso con cui parlava della Campagna di Russia, capace di far emergere emozioni autentiche. Nei suoi occhi avevo riconosciuto immediatamente le stesse vibrazioni interiori che da anni porto con me.

Qualche settimana fa ci siamo rivisti a Lonate Ceppino, durante un mio convegno in cui Raimondo esponeva le sue opere. Ritrovarlo in quel contesto, circondato dai suoi lavori, ha confermato ciò che avevo intuito al nostro primo incontro: la sua non è solo abilità artistica, ma una forma rara di empatia storica, un sentire profondo che trasforma la memoria in immagini vive e rispettose.

Mi sono ripromesso allora, e lo ribadisco oggi, di parlare di lui e del valore delle sue creazioni. Raimondo possiede un talento unico: mette la sua sensibilità al servizio della memoria dei “nostri”, di coloro che vissero la Campagna di Russia, restituendo dignità, voce e presenza a una storia che merita di essere ricordata con delicatezza e verità.

Raimondo vende le sue opere e può essere contattato al numero 334.5051669.