Che poi per spiegare cosa è stata la Russia a qualcuno basterebbero le sole parole di Mario Rigoni Stern "… Ogni anno quando cadeva la prima neve e dalla finestra che guarda gli orti vedevo tetti e montagne imbiancarsi, mi prendeva una malinconia che stringeva il cuore e mi isolava da tutto il resto. Come se questa neve avvolgesse e coprisse la vita che è nel corpo. Anche di notte mi svegliavo quando nevicava. Lo sentivo che nevicava, e stavo immobile dentro il letto. I primi anni prendevo gli sci e andavo. Andavo da solo dove non avrei incontrato nessuno. Nessuno, tranne quello che avevo lasciato là. […] Ma io sapevo. Avevo visto cose che non si possono dire alle madri. Così, ogni volta che nevicava era come morire un poco…".
Tratto dal bellissimo libro "Ritorno sul Don".
Un italiano in Russia
Dal 2011 camminiamo in Russia e ci regaliamo emozioni
Trekking ed escursioni in Russia sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale
Danilo Dolcini - Phone 349.6472823 - Email danilo.dolcini@gmail.com - FB Un italiano in Russia
mercoledì 14 gennaio 2026
lunedì 12 gennaio 2026
Onori a Ettore Bisagno
Ancora una volta e grazie al contributo dell'amico Pierfranco Malfettani, pubblico le due seguenti fotografie della Medaglia d'Oro al Valor Militare Sottotenente di Vascello Ettore Bisagno. E pubblico queste fotografie e l'omaggio a questo ragazzo di soli 24 anni con enorme piacere e rispetto, perché siamo tutti abituati a ricordare nella Campagna di Russia spesso alpini, fanti, artiglieri, bersaglieri, ecc. Ma in Russia ci andarono anche i marinai della IV Flottiglia MAS sul Mar Nero e della Squadriglia MAS sul Lago Ladoga. Ettore era nato a Genova il 29 luglio 1917 ed è deceduto il 21 giugno 1942 in località sconosciuta.
Fu insignito di Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: "Ufficiale di grande coraggio e di elevato spirito combattivo, già distintosi, quale destinato alle armi subacquee su cacciatorpediniere, nell’infliggere al nemico superiore per numero e per mezzi la perdita di un cacciatorpediniere con lancio preciso dei siluri sotto il martellante fuoco avversario che squarciava la sua unità e lo feriva insieme ai suoi uomini, partecipava con eguale ardimento e inesausto valore, al comando di M.A.S., ad ardue operazioni che portavano alla conquista di munitissima piazzaforte sovietica. Sotto posto il suo M.A.S. ad improvvisa azione di mitragliamento da parte di due aerei da caccia, dava prova di serenità e audacia e, nonostante le ferite riportate, si lanciava in mare e raggiungeva a nuoto la costa per organizzare le operazioni di soccorso alla sua unità colpita ed incendiata. Nel corso di una ardita azione contro piccole unità nemiche, cariche di reparti da sbarco largamente dotati di armi automatiche, impegnava immediato, aspro combattimento a brevissima distanza e, dopo aver gravemente colpito le imbarcazioni avversarie, che da lì a poco colavano a picco, si abbatteva mortalmente ferito. Forte e sereno fino al. l’ultimo, sopportava con stoico coraggio l’amputazione di un arto e spirava, esprimendo solo il dolore di non poter più combattere per la Patria. Fulgido esempio di ferreo attaccamento al dovere e di eroiche virtù militari. - Mar Nero, giugno 1942".
Fu insignito di Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: "Ufficiale di grande coraggio e di elevato spirito combattivo, già distintosi, quale destinato alle armi subacquee su cacciatorpediniere, nell’infliggere al nemico superiore per numero e per mezzi la perdita di un cacciatorpediniere con lancio preciso dei siluri sotto il martellante fuoco avversario che squarciava la sua unità e lo feriva insieme ai suoi uomini, partecipava con eguale ardimento e inesausto valore, al comando di M.A.S., ad ardue operazioni che portavano alla conquista di munitissima piazzaforte sovietica. Sotto posto il suo M.A.S. ad improvvisa azione di mitragliamento da parte di due aerei da caccia, dava prova di serenità e audacia e, nonostante le ferite riportate, si lanciava in mare e raggiungeva a nuoto la costa per organizzare le operazioni di soccorso alla sua unità colpita ed incendiata. Nel corso di una ardita azione contro piccole unità nemiche, cariche di reparti da sbarco largamente dotati di armi automatiche, impegnava immediato, aspro combattimento a brevissima distanza e, dopo aver gravemente colpito le imbarcazioni avversarie, che da lì a poco colavano a picco, si abbatteva mortalmente ferito. Forte e sereno fino al. l’ultimo, sopportava con stoico coraggio l’amputazione di un arto e spirava, esprimendo solo il dolore di non poter più combattere per la Patria. Fulgido esempio di ferreo attaccamento al dovere e di eroiche virtù militari. - Mar Nero, giugno 1942".
venerdì 9 gennaio 2026
I fratelli Scarpellini
I fratelli Scarpellini... se passate da Ranica (Bergamo) potete trovare la sepoltura di questi due fratelli, con due storie e conclusioni tanto differenti fra loro.
Alessandro, Alpino del 23.03.1915, disperso in Russia il 26.01.1943 e appartenente al 5° Reggimento Alpini della Divisione Alpina Tridentina.
Virgilio, Sottocapo della Decima Mas, Battaglione N.P. (Nuotatori Paracadutisti), Servizi Speciali, fucilato dagli americani a San Prisco - Santa Maria Capua Vetere (Caserta) il 06.05.1944.
N.B. in questa pagina si porta rispetto per tutti i caduti di qualsiasi nazionalità essi siano; qualsiasi commento offensivo verrà cancellato e l'autore bloccato per sempre.
Virgilio, Sottocapo della Decima Mas, Battaglione N.P. (Nuotatori Paracadutisti), Servizi Speciali, fucilato dagli americani a San Prisco - Santa Maria Capua Vetere (Caserta) il 06.05.1944.
N.B. in questa pagina si porta rispetto per tutti i caduti di qualsiasi nazionalità essi siano; qualsiasi commento offensivo verrà cancellato e l'autore bloccato per sempre.
giovedì 8 gennaio 2026
Convegno a Parma
Primo appuntamento del 2026 a Parma Domenica 18 gennaio alle ore 15.30 presso la Sala Anedda - Assistenza Pubblica Parma ODV, Viale Gorizia 2/A. Grazie agli amici Renato Atti e Danilo Lorenzani dell'Associazione Nazionale Alpini di Parma un nuovo appuntamento sulla Campagna di Russia, interamente dedicato al Corpo d'Armata Alpino. Vi aspetto!
giovedì 1 gennaio 2026
GIS - Novità Dicembre 2025
Le novità di Dicembre 2025 del sito GIS Campagna di Russia 1941-1943.
Link del sito GIS https://www.gis-campagna-russia-1941-1943.it
Link della pagina Facebook https://www.facebook.com/groups/campagnadirussiagis
Le località del CSIR e dell'ARMIR.
- Gamaschew / Gartmyschewka / Gamashewka / Garmashevka / Harmashivka
- Grjeko-Timofejewkij / Timofejewsk / Tymofiivka
- Kononowa / Kononivka
- Krassnyj Liman / Lyman
- Kurjatschjewka / Kuriatschiewka / Kuryachivka
- Tschernuchino / Tschernuchin / Chornukhyne
- Fiume Chernaia Kalitva
- Fiume Dnestr
- Fiume Kalitva
- Fiume Mius
- Fiume Oskol
- Fiume Severskij Donetsk
- Fiume Volga
Le operazioni del CSIR.
- Bulowin / Bulavin / Bulavyne, 25.12.1941
- Bulowin / Bulavin / Bulavyne, 29.12.1941
- Chazepetowka / Vuhlehirs'k / Yглегорск, 10.12.1941
- Debalzewo / Debal'ceve, 27.12.1941
- Grjeko-Timofejewkij / Timofejewsk / Tymofiivka, 26.12.1941
- Krassnyj Liman / Lyman, aeroporto sovietico
- Krassnyj Liman / Lyman, 04-05.02.1942
- Kriwoj Rog / Kryvyj Rih, aeroporto, 25.09.1941
- Nikitowka / Mikitivka, 20.12.1941
- Saporoshje / Zaporozoje / Zaporizzja, aeroporto, 30.09.1941
- Saporoshje / Zaporozoje / Zaporizzja, aeroporto, 20.10.1941
- Stalino / Jussowo / Donec'k, aeroporto, 09.12.1941
- Woroschilowgrad / Lugansk, 16.11.1941
Il ripiegamento delle Divisioni di Fanteria.
- Belowodsk / Bilovods'k, 12-18.01.1943
- Bondarewka / Bondarowka / Bondarivka, 12-18.01.1943
- Gamaschew / Gartmyschewka / Gamashewka / Garmashevka / Harmashivka, 12-18.01.1943
- Kononowa / Kononivka, 12-18.01.1943
- Kurjatschjewka / Kuriatschiewka / Kuryachivka, 12-18.01.1943
Link del sito GIS https://www.gis-campagna-russia-1941-1943.it
Link della pagina Facebook https://www.facebook.com/groups/campagnadirussiagis
Le località del CSIR e dell'ARMIR.
- Gamaschew / Gartmyschewka / Gamashewka / Garmashevka / Harmashivka
- Grjeko-Timofejewkij / Timofejewsk / Tymofiivka
- Kononowa / Kononivka
- Krassnyj Liman / Lyman
- Kurjatschjewka / Kuriatschiewka / Kuryachivka
- Tschernuchino / Tschernuchin / Chornukhyne
- Fiume Chernaia Kalitva
- Fiume Dnestr
- Fiume Kalitva
- Fiume Mius
- Fiume Oskol
- Fiume Severskij Donetsk
- Fiume Volga
Le operazioni del CSIR.
- Bulowin / Bulavin / Bulavyne, 25.12.1941
- Bulowin / Bulavin / Bulavyne, 29.12.1941
- Chazepetowka / Vuhlehirs'k / Yглегорск, 10.12.1941
- Debalzewo / Debal'ceve, 27.12.1941
- Grjeko-Timofejewkij / Timofejewsk / Tymofiivka, 26.12.1941
- Krassnyj Liman / Lyman, aeroporto sovietico
- Krassnyj Liman / Lyman, 04-05.02.1942
- Kriwoj Rog / Kryvyj Rih, aeroporto, 25.09.1941
- Nikitowka / Mikitivka, 20.12.1941
- Saporoshje / Zaporozoje / Zaporizzja, aeroporto, 30.09.1941
- Saporoshje / Zaporozoje / Zaporizzja, aeroporto, 20.10.1941
- Stalino / Jussowo / Donec'k, aeroporto, 09.12.1941
- Woroschilowgrad / Lugansk, 16.11.1941
Il ripiegamento delle Divisioni di Fanteria.
- Belowodsk / Bilovods'k, 12-18.01.1943
- Bondarewka / Bondarowka / Bondarivka, 12-18.01.1943
- Gamaschew / Gartmyschewka / Gamashewka / Garmashevka / Harmashivka, 12-18.01.1943
- Kononowa / Kononivka, 12-18.01.1943
- Kurjatschjewka / Kuriatschiewka / Kuryachivka, 12-18.01.1943
Tempio della Fraternità dei Popoli
Ieri, ultimo giorno dell'anno, l'ho dedicato alla visita del Tempio della Fraternità dei Popoli a Cella di Varzi in provincia di Pavia (da tanti anni non tornavo più).
"Sull’altura silenziosa di Cella di Varzi, dove il vento porta ancora echi lontani di un’Europa ferita, sorge un tempio che non assomiglia a nessun altro. Qui, i resti della Seconda Guerra Mondiale — cannoni, corazze, frammenti di aerei — non parlano più di distruzione: diventano architettura, arredo sacro, memoria viva trasformata in un messaggio di pace.
Fu il sogno ostinato di un cappellano militare, don Adamo Accosa, che dopo aver visto l’orrore volle costruire un luogo capace di dire l’esatto contrario: che la fraternità è possibile, che dalle macerie può nascere un tempio, e che perfino un carro armato può diventare una preghiera. Oggi il Tempio della Fraternità dei Popoli è un santuario sospeso tra storia e simbolo: un museo a cielo aperto, un monito, un abbraccio. Un luogo dove la guerra si arrende alla pace."
Ecco che anche qui a Cella i segni della Campagna di Russia sono presenti...
"Sull’altura silenziosa di Cella di Varzi, dove il vento porta ancora echi lontani di un’Europa ferita, sorge un tempio che non assomiglia a nessun altro. Qui, i resti della Seconda Guerra Mondiale — cannoni, corazze, frammenti di aerei — non parlano più di distruzione: diventano architettura, arredo sacro, memoria viva trasformata in un messaggio di pace.
Fu il sogno ostinato di un cappellano militare, don Adamo Accosa, che dopo aver visto l’orrore volle costruire un luogo capace di dire l’esatto contrario: che la fraternità è possibile, che dalle macerie può nascere un tempio, e che perfino un carro armato può diventare una preghiera. Oggi il Tempio della Fraternità dei Popoli è un santuario sospeso tra storia e simbolo: un museo a cielo aperto, un monito, un abbraccio. Un luogo dove la guerra si arrende alla pace."
Ecco che anche qui a Cella i segni della Campagna di Russia sono presenti...
venerdì 26 dicembre 2025
Viaggio a Stalingrado
Ogni viaggio in Russia dal 2011 al 2020 è sempre stato preceduto da una fase di studio attenta e dettagliata per visitare quei luoghi con consapevolezza e assoluto rispetto per tutti i soldati presenti. Uno dei prossimi viaggi o il prossimo viaggio sarà a STALINGRADO e le località della sacca in cui fu accerchiata la Sesta Armata tedesca, e non solo, per settimane fino al completo annientamento. Fra gli "insaccati" vorrei ricordare anche i 77 autieri italiani che trasportavano i rifornimenti per conto dei tedeschi; di questi a fine guerra solo tre tornarono in Italia dalla prigionia. Mi aspettano oltre 3000 pagine di studio sull'opera che forse meglio di tutte racconta l'epopea della battaglia di STALINGRADO.
giovedì 25 dicembre 2025
Storia di Ermenegildo
Natale 2025. Ermenegildo, alpino morto in Russia nel 1943. Presto vi racconterò la sua storia e quella della sua famiglia.
martedì 23 dicembre 2025
Storia di Italo
Il tenente Italo Mondini era un ragazzone atletico, esuberante. Quando i russi avevano sfondato aveva cercato di sfuggire la cattura con un ufficiale della Luftwaffe. Sulla pista di un piccolo aeroporto c'era, perfettamente efficiente, un Messerschmitt.
Di soppiatto i due vanno, nottetempo, a fare il pieno del serbatoio, pompando a mano la benzina per non fare rumore. Si era alzato un vento molesto e violento da rovesciare i bidoni di benzina vuoti. Lo sbatacchiare dei fusti era stato sufficiente per insospettire i militari sovietici che presidiavano il campo di aviazione. I riflettori fecero presto ad accendersi spazzando il campo. Niente! Quando le luci stavano per spegnersi, il pilota tedesco rannicchiato nella carlinga dove si era rifugiato con Mondini, alzo la testa. Un riverbero del metallo dell'aquila tedesca del berretto li perse. Arrivarono i russi, armi in pugno a catturarli: piombo per il pilota, scarica di botte per l'ufficiale italiano.
Inizia il calvario per il giovane ufficiale. Come Mondini si comportò e morì lo racconterà l'ufficiale medico Arrigo Fenzi in una lunga lettera inviata alla famiglia dello scomparso: “Fu in un paese presso Kalatsch (fra il Don e Stalingrado) che conobbi per la prima volta e imparai a conoscere, studiare e apprezzare profondamente il povero Italo. Arrivai alla fine del febbraio 1943, dopo quaranta giorni di marce sfibranti attraverso le gelate sconfinate steppe del Don: avevo in tutto ricevuto cinque volte del cibo: poche patate. Ero ridotto ormai, come gli altri, uno scheletro ancora vivente (e ciò detto senza esagerazioni retoriche. Sono alto un metro e ottanta e pesavo quaranta chili). Non potevo più marciare, fui fatto entrare nel cosiddetto “teatrino”, una sala dove erano raccolte alcune centinaia di prigionieri di tutte le nazionalità in attesa di morire. Lì si svolgevano scene a paragone delle quali l'inferno dantesco è un'oasi di pace”.
“Lì vidi entrare un giovane ufficiale italiano, ancora in discrete condizioni che ci fosse che ci disse che faceva il medico e che lavorava anche in un forno. Era Italo Mondini, alto, simpatico, viso forte e ben tagliato. Si presentò. La notte torno e a quei pochi italiani che erano in quella bolgia impazzita e urlante, ove si sono viste scene indescrivibili, venne a portare ciascuno un pezzo di pane che, a rischio della vita, aveva rubato per noi al forno”.
“Gli altri ricevevano solo una ciotola di acqua calda al giorno. Tornò ogni giorno, venne anche con bende medicinali a medicarsi i piedi piegati e congelati e sempre ci portava qualcosa da mangiare e un'affettuosa parola di incoraggiamento”.
“Ogni giorno veniva nel teatrino un energumeno, un ungherese virgola che si divertiva a battere a pugni qua e là chi gli capitava sotto tutti eravamo così estremamente deboli e lui così forte che nessuno poteva neppure tentare di opporsigli”.
“Lo dicemmo a Mondini, il nostro protettore, il padre di noi italiani, il nostro nume tutelare. L'effetto non si fece mancare: ricordo esattamente l'ingresso nella bolgia urlante mentre l'ungherese faceva la consueta ripassata quando quello viene addosso a noi italiani e ne cominciò a picchiare una a morte, Italo avanzo deciso e lo colpì così duramente che lo stese al suolo dove giacque per diversi minuti. Quando l'ungherese si riebbe Italo gli disse che guai a lui se toccava ancora gli italiani”.
“Avrebbe potuto godere di una situazione di privilegio, senza rischiare niente, ma la sua anima generosa, il suo altruismo, il suo prepotente bisogno di dare tutto se stesso per il bene degli altri, lo spinse a ricercare e ad assistere alcune centinaia di prigionieri italiani che stavano morendo di fame e di tifo in un campo vicino. Così un giorno, scortato dai russi si recava a piedi nell'altro campo, ove in una miseria e in abbandono infernale vivevano questi nostri miseri compagni di sciagura e ogni giorno cinquanta-cento terminavano la loro sofferenza”.
“Una triste sera Italo si sentì male: tifo petecchiale. Il 16 o 17 marzo fummo caricati su vagoni merci, cinquanta per vagone piccolo, ottanta-cento per quelli grandi e trasportati in Siberia. Lui potei averlo sul mio vagone. Lo assistei come potevo, senza medicinali, a volte senza acqua, come eravamo lasciati. Tre giorni più tardi, dopo una dura lotta con il male, la sua forte e giovane esistenza venne stroncata”.
A Italo Mondini venne assegnata la medaglia d'argento alla memoria: la moglie professoressa Maria Luisa Puelli doveva morire il 13 maggio 1944 in seguito a un bombardamento aereo.
N.B. non esiste una fotografia di Italo o almeno io non l'ho trovata... ma me lo sono immaginato un po' così come lo vedete in questa immagine di un alpino anch'esso partito per la Russia...
Di soppiatto i due vanno, nottetempo, a fare il pieno del serbatoio, pompando a mano la benzina per non fare rumore. Si era alzato un vento molesto e violento da rovesciare i bidoni di benzina vuoti. Lo sbatacchiare dei fusti era stato sufficiente per insospettire i militari sovietici che presidiavano il campo di aviazione. I riflettori fecero presto ad accendersi spazzando il campo. Niente! Quando le luci stavano per spegnersi, il pilota tedesco rannicchiato nella carlinga dove si era rifugiato con Mondini, alzo la testa. Un riverbero del metallo dell'aquila tedesca del berretto li perse. Arrivarono i russi, armi in pugno a catturarli: piombo per il pilota, scarica di botte per l'ufficiale italiano.
Inizia il calvario per il giovane ufficiale. Come Mondini si comportò e morì lo racconterà l'ufficiale medico Arrigo Fenzi in una lunga lettera inviata alla famiglia dello scomparso: “Fu in un paese presso Kalatsch (fra il Don e Stalingrado) che conobbi per la prima volta e imparai a conoscere, studiare e apprezzare profondamente il povero Italo. Arrivai alla fine del febbraio 1943, dopo quaranta giorni di marce sfibranti attraverso le gelate sconfinate steppe del Don: avevo in tutto ricevuto cinque volte del cibo: poche patate. Ero ridotto ormai, come gli altri, uno scheletro ancora vivente (e ciò detto senza esagerazioni retoriche. Sono alto un metro e ottanta e pesavo quaranta chili). Non potevo più marciare, fui fatto entrare nel cosiddetto “teatrino”, una sala dove erano raccolte alcune centinaia di prigionieri di tutte le nazionalità in attesa di morire. Lì si svolgevano scene a paragone delle quali l'inferno dantesco è un'oasi di pace”.
“Lì vidi entrare un giovane ufficiale italiano, ancora in discrete condizioni che ci fosse che ci disse che faceva il medico e che lavorava anche in un forno. Era Italo Mondini, alto, simpatico, viso forte e ben tagliato. Si presentò. La notte torno e a quei pochi italiani che erano in quella bolgia impazzita e urlante, ove si sono viste scene indescrivibili, venne a portare ciascuno un pezzo di pane che, a rischio della vita, aveva rubato per noi al forno”.
“Gli altri ricevevano solo una ciotola di acqua calda al giorno. Tornò ogni giorno, venne anche con bende medicinali a medicarsi i piedi piegati e congelati e sempre ci portava qualcosa da mangiare e un'affettuosa parola di incoraggiamento”.
“Ogni giorno veniva nel teatrino un energumeno, un ungherese virgola che si divertiva a battere a pugni qua e là chi gli capitava sotto tutti eravamo così estremamente deboli e lui così forte che nessuno poteva neppure tentare di opporsigli”.
“Lo dicemmo a Mondini, il nostro protettore, il padre di noi italiani, il nostro nume tutelare. L'effetto non si fece mancare: ricordo esattamente l'ingresso nella bolgia urlante mentre l'ungherese faceva la consueta ripassata quando quello viene addosso a noi italiani e ne cominciò a picchiare una a morte, Italo avanzo deciso e lo colpì così duramente che lo stese al suolo dove giacque per diversi minuti. Quando l'ungherese si riebbe Italo gli disse che guai a lui se toccava ancora gli italiani”.
“Avrebbe potuto godere di una situazione di privilegio, senza rischiare niente, ma la sua anima generosa, il suo altruismo, il suo prepotente bisogno di dare tutto se stesso per il bene degli altri, lo spinse a ricercare e ad assistere alcune centinaia di prigionieri italiani che stavano morendo di fame e di tifo in un campo vicino. Così un giorno, scortato dai russi si recava a piedi nell'altro campo, ove in una miseria e in abbandono infernale vivevano questi nostri miseri compagni di sciagura e ogni giorno cinquanta-cento terminavano la loro sofferenza”.
“Una triste sera Italo si sentì male: tifo petecchiale. Il 16 o 17 marzo fummo caricati su vagoni merci, cinquanta per vagone piccolo, ottanta-cento per quelli grandi e trasportati in Siberia. Lui potei averlo sul mio vagone. Lo assistei come potevo, senza medicinali, a volte senza acqua, come eravamo lasciati. Tre giorni più tardi, dopo una dura lotta con il male, la sua forte e giovane esistenza venne stroncata”.
A Italo Mondini venne assegnata la medaglia d'argento alla memoria: la moglie professoressa Maria Luisa Puelli doveva morire il 13 maggio 1944 in seguito a un bombardamento aereo.
N.B. non esiste una fotografia di Italo o almeno io non l'ho trovata... ma me lo sono immaginato un po' così come lo vedete in questa immagine di un alpino anch'esso partito per la Russia...
I giorni e le ore di Arbusowka
Pensando alla Campagna di Russia inevitabilmente si va al ripiegamento del Corpo di Armata Alpino ed alla battaglia di Nikolajewka. Ma in realtà e dal punto di vista delle perdite per il nostro ARMIR, Arbusowka e la "valle della morte" detengono il triste primato, seppur in più giorni di durissimi combattimenti, e precisamene dalla mattina del 21 dicembre alla notte del 24 dicembre 1942.
I numeri... su circa 25.000 italiani presenti e delle Divisioni di Fanteria Pasubio e Torino, delle Legioni Tagliamento e Montebello delle CC.NN., di altri reparti di Corpo d'Armata, ben 20.500 furono i morti, i prigionieri ed i feriti; solo 4.500 uomini, oltre ad un certo numero di tedeschi della 298a Divisione di Fanteria germanica, riuscirono a sfondare verso la successiva località di Tscherkowo.
Arbusowka era ed è un villaggio che scorre da nord a sud in una "valle", ma non una valle come ci immaginiamo noi abituati alle Alpi e agli Appennini; le alture ad est e ad ovest raggiungono 100 o 150 metri di quota rispetto alle isbe e sono fondamentalmente delle larghe colline. Quando i reparti italo-tedeschi entrarono ad Arbusowka e dintorni, la morsa intorno a loro si chiuse definitivamente con le truppe dell'Armata Rossa che da ogni lato procedevano con attacchi e bombardamenti.
Furono ore tremende: nessun riparo, freddo glaciale, morte e distruzione ovunque. Provate ad immaginare cosa voleva dire combattere e sopravvivere in quelle condizioni. Mario Bellini, protagonista di questi fatti suo malgrado, nel bellissimo libro “L’aurora a occidente” ci consente di comprendere in parte cosa vissero i nostri soldati: “Risalii le file stanche e disarticolate della colonna. I bagliori degli enormi falò che bruciavano nell'abitato di Arbusow, nel nero metallico della notte, coloravano di rosa e di arancione la neve compatta di un vasto pianoro, nel quale come un estuario, si immetteva la strada che stavamo percorrendo. Bruciavano le isbe di un agglomerato di case, mentre era in corso uno scontro fra reparti tedeschi che avevano preso posizione sulla sinistra e forze russe già appostate sulla destra. Dalle traiettorie delle traccianti e dalle parabole dei bengala che partivano dalle contrapposte posizioni riuscii a capire che ci trovavamo in una valletta stesa fra due linee di colline”.
“Mentre il fuoco incrociato delle mitragliatrici continuava, piovvero tra le isbe i proiettili dei mortai. Il fragore delle esplosioni si accompagnava al bagliore accecante delle vampe seguito dalle nuvole di fumo acre color antracite. Cominciò la grande mattanza che andò avanti per due giorni. Ogni volta quelle esplosioni facevano volare come stracci i corpi dei colpiti, uccidendoli o martirizzandoli”. “I feriti, con le membra spezzate e mutilate, venivano trascinati via e affidati ai medici che, senza attrezzatura e con scarsissimi materiali, iniziarono, su questa banchina glaciale, un prodigioso impegno che sarebbe andato avanti fino alla notte del 24 dicembre e che alcuni di loro avrebbero proseguito in prigionia, restando a fianco dei loro sventurati pazienti. Tutti i feriti, da quella sera, iniziarono un vero calvario. I più fortunati furono stivati in fredde isbe. La maggior parte rimase all'addiaccio. Venivano addossati alle pareti esterne delle case o ai pagliai, avvolti in coperte. Molti sarebbero morti assiderati”.
“Il mio cervello lavorava febbrilmente mentre osservavo gli elmetti a campana dei russi che dalla collina alla mia destra stavano scendendo verso di noi. Tutta la valle era piena di vampe, di scoppi e di fumo; ciò rendeva difficile scambiare qualche parola. Molti erano già stati afferrati dal panico che, purtroppo, si stava diffondendo”. “In quel momento, soffocato da una massa di gente terrorizzata e pronta a essere macellata, conobbi la paura. Fui afferrato da una specie di ipnosi. Mi spoglia interiormente di ogni cosa, orgoglio, ideali. Mi sentii incapace di ogni scelta, perfino della libertà di movimento. Ero inerte, più che rassegnato; pronto a essere catturato”. “Senza badare al pericolo, percorremmo lo scenario degli innumerevoli scontri di quel giorno. Ci avviammo lentamente lungo il pendio in leggera salita che da Arbusow bassa porta ad Arbusow alta, l’ultima propaggine della quale era in mano al nemico che da qualche centinaio di metri ci osservava senza difficoltà”.
“Arrivammo alle ultime case del primo agglomerato di Arbusow alta. Cominciava a quel punto il tratto di strada che era terra di nessuno. Più avanti si notavano le chiazze bianche delle isbe occupate dai russi. Là era piazzata la mitragliatrice che continuava a lanciare traccianti le cui traiettorie dividevano a metà la vallata”. “Mano a mano che quella notte terribile aveva scandito il suo tempo malvagio, si erano affievoliti i lamenti dei feriti e dei congelati che, non avendo trovato posto al coperto, erano stati collocati in giacigli di paglia addossati alle pareti esterne delle isbe. Quasi tutti erano morti”. “Ero certo che i tedeschi si erano già concentrati nella direzione sud - sud ovest a immediato contatto con il nemico. Non ne vedevo più nessuno sulle strade del paese. Noi italiani avevamo ancora dei reparti della Torino e di camicie nere efficienti a presidio di qualche caposaldo”.
“Verso le 9 si diffuse l’ordine del comando italiano di concentrarsi nella balca Mensinchina, una valletta defilata che si apriva nel pianoro all'inizio del paese di Arbusow. Ci avviammo in quella direzione con la speranza di sfuggire al massacro. Ci allontanavamo, però, dalla linea di contatto con il nemico, dove la colonna sarebbe dovuta penetrare se si fosse aperto un varco”. “Mi ero avviato lungo una balca parallela: era una fenditura incassata con pareti profonde circa 2-3 metri. Vi erano gruppi di soldati seduti in terra, immobili e silenziosi. Chiesi loro se più avanti vi fossero reparti italiani. Mi risposero che c’erano i tedeschi. Avanzai ancora per qualche centinaio di metri e raggiunsi un incrocio nel quale confluiva una fenditura trasversale che proveniva dall’abitato di Arbusow. La balca da me percorsa proseguiva oltre l’incrocio”.
Il flammiere Mario Iacovitti del 1º Battaglione Chimico d'Armata prima e il Carabiniere Giuseppe Plado Mosca appartenente al quartier generale della divisione Torino furono i protagonisti di quelle azioni che hanno sempre quel senso di valore assoluto o forse di disperazione data dalla situazione. A cavallo e con il tricolore in pugno partirono al galoppo in due momenti diversi contro le linee sovietiche per galvanizzare le nostre truppe e forse anche per infondergli coraggio. Iacovitti fu preso prigioniero e rientrò poi nel 1945 in Italia, Plado Mosca fu ucciso durante l'azione; entrambi furono decorati di Medaglia d'Oro al Valor Militare.
MAI DIMENTICARE!
I numeri... su circa 25.000 italiani presenti e delle Divisioni di Fanteria Pasubio e Torino, delle Legioni Tagliamento e Montebello delle CC.NN., di altri reparti di Corpo d'Armata, ben 20.500 furono i morti, i prigionieri ed i feriti; solo 4.500 uomini, oltre ad un certo numero di tedeschi della 298a Divisione di Fanteria germanica, riuscirono a sfondare verso la successiva località di Tscherkowo.
Arbusowka era ed è un villaggio che scorre da nord a sud in una "valle", ma non una valle come ci immaginiamo noi abituati alle Alpi e agli Appennini; le alture ad est e ad ovest raggiungono 100 o 150 metri di quota rispetto alle isbe e sono fondamentalmente delle larghe colline. Quando i reparti italo-tedeschi entrarono ad Arbusowka e dintorni, la morsa intorno a loro si chiuse definitivamente con le truppe dell'Armata Rossa che da ogni lato procedevano con attacchi e bombardamenti.
Furono ore tremende: nessun riparo, freddo glaciale, morte e distruzione ovunque. Provate ad immaginare cosa voleva dire combattere e sopravvivere in quelle condizioni. Mario Bellini, protagonista di questi fatti suo malgrado, nel bellissimo libro “L’aurora a occidente” ci consente di comprendere in parte cosa vissero i nostri soldati: “Risalii le file stanche e disarticolate della colonna. I bagliori degli enormi falò che bruciavano nell'abitato di Arbusow, nel nero metallico della notte, coloravano di rosa e di arancione la neve compatta di un vasto pianoro, nel quale come un estuario, si immetteva la strada che stavamo percorrendo. Bruciavano le isbe di un agglomerato di case, mentre era in corso uno scontro fra reparti tedeschi che avevano preso posizione sulla sinistra e forze russe già appostate sulla destra. Dalle traiettorie delle traccianti e dalle parabole dei bengala che partivano dalle contrapposte posizioni riuscii a capire che ci trovavamo in una valletta stesa fra due linee di colline”.
“Mentre il fuoco incrociato delle mitragliatrici continuava, piovvero tra le isbe i proiettili dei mortai. Il fragore delle esplosioni si accompagnava al bagliore accecante delle vampe seguito dalle nuvole di fumo acre color antracite. Cominciò la grande mattanza che andò avanti per due giorni. Ogni volta quelle esplosioni facevano volare come stracci i corpi dei colpiti, uccidendoli o martirizzandoli”. “I feriti, con le membra spezzate e mutilate, venivano trascinati via e affidati ai medici che, senza attrezzatura e con scarsissimi materiali, iniziarono, su questa banchina glaciale, un prodigioso impegno che sarebbe andato avanti fino alla notte del 24 dicembre e che alcuni di loro avrebbero proseguito in prigionia, restando a fianco dei loro sventurati pazienti. Tutti i feriti, da quella sera, iniziarono un vero calvario. I più fortunati furono stivati in fredde isbe. La maggior parte rimase all'addiaccio. Venivano addossati alle pareti esterne delle case o ai pagliai, avvolti in coperte. Molti sarebbero morti assiderati”.
“Il mio cervello lavorava febbrilmente mentre osservavo gli elmetti a campana dei russi che dalla collina alla mia destra stavano scendendo verso di noi. Tutta la valle era piena di vampe, di scoppi e di fumo; ciò rendeva difficile scambiare qualche parola. Molti erano già stati afferrati dal panico che, purtroppo, si stava diffondendo”. “In quel momento, soffocato da una massa di gente terrorizzata e pronta a essere macellata, conobbi la paura. Fui afferrato da una specie di ipnosi. Mi spoglia interiormente di ogni cosa, orgoglio, ideali. Mi sentii incapace di ogni scelta, perfino della libertà di movimento. Ero inerte, più che rassegnato; pronto a essere catturato”. “Senza badare al pericolo, percorremmo lo scenario degli innumerevoli scontri di quel giorno. Ci avviammo lentamente lungo il pendio in leggera salita che da Arbusow bassa porta ad Arbusow alta, l’ultima propaggine della quale era in mano al nemico che da qualche centinaio di metri ci osservava senza difficoltà”.
“Arrivammo alle ultime case del primo agglomerato di Arbusow alta. Cominciava a quel punto il tratto di strada che era terra di nessuno. Più avanti si notavano le chiazze bianche delle isbe occupate dai russi. Là era piazzata la mitragliatrice che continuava a lanciare traccianti le cui traiettorie dividevano a metà la vallata”. “Mano a mano che quella notte terribile aveva scandito il suo tempo malvagio, si erano affievoliti i lamenti dei feriti e dei congelati che, non avendo trovato posto al coperto, erano stati collocati in giacigli di paglia addossati alle pareti esterne delle isbe. Quasi tutti erano morti”. “Ero certo che i tedeschi si erano già concentrati nella direzione sud - sud ovest a immediato contatto con il nemico. Non ne vedevo più nessuno sulle strade del paese. Noi italiani avevamo ancora dei reparti della Torino e di camicie nere efficienti a presidio di qualche caposaldo”.
“Verso le 9 si diffuse l’ordine del comando italiano di concentrarsi nella balca Mensinchina, una valletta defilata che si apriva nel pianoro all'inizio del paese di Arbusow. Ci avviammo in quella direzione con la speranza di sfuggire al massacro. Ci allontanavamo, però, dalla linea di contatto con il nemico, dove la colonna sarebbe dovuta penetrare se si fosse aperto un varco”. “Mi ero avviato lungo una balca parallela: era una fenditura incassata con pareti profonde circa 2-3 metri. Vi erano gruppi di soldati seduti in terra, immobili e silenziosi. Chiesi loro se più avanti vi fossero reparti italiani. Mi risposero che c’erano i tedeschi. Avanzai ancora per qualche centinaio di metri e raggiunsi un incrocio nel quale confluiva una fenditura trasversale che proveniva dall’abitato di Arbusow. La balca da me percorsa proseguiva oltre l’incrocio”.
Il flammiere Mario Iacovitti del 1º Battaglione Chimico d'Armata prima e il Carabiniere Giuseppe Plado Mosca appartenente al quartier generale della divisione Torino furono i protagonisti di quelle azioni che hanno sempre quel senso di valore assoluto o forse di disperazione data dalla situazione. A cavallo e con il tricolore in pugno partirono al galoppo in due momenti diversi contro le linee sovietiche per galvanizzare le nostre truppe e forse anche per infondergli coraggio. Iacovitti fu preso prigioniero e rientrò poi nel 1945 in Italia, Plado Mosca fu ucciso durante l'azione; entrambi furono decorati di Medaglia d'Oro al Valor Militare.
MAI DIMENTICARE!
Iscriviti a:
Commenti (Atom)




















