Un ricordo del ripiegamento del Corpo d'Armata Alpino con la figura di Pellegrini Gianfranco, grazie al prezioso contributo della figlia Camilla.
Gianfranco Pellegrini, di Ernesto e Alessandrina Conti, nato a Milano il 07.07.1921.
Aosta 2° Battaglione Universitario alla Caserma Testafochi; poi in artiglieria, 2ª Batteria alla Caserma Chiarle; Sergente al 2° Gruppo Val Camonica; Scuola A.U.C. Bra,
6ª Batteria; Sottotenente al Reparto Comando del 2° Reggimento come comandante di Pattuglia O.C.
Novembre 1940: "Lo Stato mi manda i suoi saluti e mi convoca per il 2 febbraio alla Caserma di via Vincenzo Monti. Di prima mattina mi presento in una bolgia dantesca: ci ammassano in cortile, mi consegnano una coperta, una gavetta (piccola, da buffa), due pagnotte ed una scatoletta. Non so che farne. Un fante per due lire mi sistema il tutto a salsicciotto e con uno spago me lo lega a tracolla. Sembro un fuciliere dell’armata russa del 1914.
Ordine di marcia - il foglio di via è per Aosta - ed eccomi capo drappello (evidentemente il salsicciotto funziona). Il mio drappello accetta con entusiasmo di tornare a casa e starci due giorni, tanto nell’ordine di marcia non c’è scritta la data di partenza. Arriviamo ad Aosta. Piove, un caporalmaggiore ci chiama, siamo un centinaio provenienti da tutto il Nord, e, in piemontese, ordina di metterci per tre. Aosta sembra poco accogliente e marciamo verso una caserma che poi saprò essere la Testafochi.
Saprò pure che vi erano alloggiati buona parte del Battaglione Duca degli Abruzzi ed il Battaglione Aosta. In paziente fila riceviamo un pezzo di formaggio grana ed una pagnotta (ancora). Non so come arrivo in una camerata; paglia per terra - umida - ci sistemiamo e ci resteremo forse per tre giorni (in abito borghese e senza lavarci). Fuori continuano a suonare due trombe (ho scoperto che vi erano due corpi di guardia). Arriva un maresciallo che ci conduce come una banda di irregolari in una casermetta in via Croce di Città, forse era la Mottino.
A ciascuno di noi tirano capi di abbigliamento in successione. Mi tocca un paio di scarponcelli (per truppe alpine, mi vanno bene ma sono usati). Il maresciallo a cui lo dico mi risponde: - Meglio, sono già sladinati.
Testuale. Ci vestiamo in camerata e cuciamo mostrine verdi, aquila nera, usando ago e filo trovati nella borsa per pulizia compresa nella dotazione. Con noi ci sono i “volontari“ che vengono da Udine. Si danno arie di anziani perché sono sotto da due mesi. Tra loro conosco Angelo Pizzoli di Milano. Chiamano un gruppo fra cui il sottoscritto e ci portano alla Colonia elioterapica. Qui troviamo letti metallici a castello. Con me, Mario Spangaro e Mario Carlutti, di Udine.
Per un mese marce e poi marce, in piano, in salita, anche sulla neve. Marciamo in ordine chiuso avanti e indietro. Dopo un periodo indefinito vengo informato che sarò in Artiglieria e mi mandano alla caserma Chiarle, assegnato alla seconda batteria; comandante il tenente Peraldo signor Giorgio. Comincia la mia naia vera. Mi consegnano un moschetto, anno di fabbrica 1913, in seguito scoprirò che sparava da tutte le parti tranne che dritto. Vedo per la prima volta i muli (in Artiglieria imparerò a conviverci).
Il primo giorno mi tocca lavare tre gavette di un anziano che mi chiama giuvo (benevolmente). Istruzione ai muli! In una cinquantina ci rechiamo dietro un filare, sono tutti legati per il muso con le catenelle, deretani contro deretani. In Artiglieria allora i muli venivano dall’Argentina, erano grandi e grossi e scoprirò che calciavano di lato. Ordine: allinearsi dietro i muli. Ci consegnano una grossa spazzola (brusca) ed un raschietto (striglia).
Altro ordine ENTRARE!. Momento di panico generale. Chiudo gli occhi e mi dico: - Porca vacca, hai voluto la bicicletta! Entro fra due deretani stretti e mi tocca spingere come un ... mulo. Il sergente maggiore (in seguito chiamato abusivamente maggiore) inflessibile ordina: - Strigliate! Il mio mulo sembra gradire. Respiro un mucchio di polvere, intanto il maggiore insiste: - Colpi lunghi e ben distesi! Poi mano alla brusca perché devono diventare lucidi. Fine dell’avventura e canzonetta imparata: Colpi lunghi e ben distesi, passeranno questi mesi ... In seguito, istruzione al pezzo: - Serventi numerarsi. Puntatore, tiratore, preparatore, porgitore, caricatore, primo e secondo aiutante. Avanti al pezz. Dietro il pezzo. Batteria, scaricare i muli. Pronti per il tiro.
Alla fine sono un vero soldato e Artigliere Alpino. Se penso che adesso non posso più chiamarmi tale e nemmeno Artigliere da Montagna, ma (la naia non riposa mai!, Artigliere terrestre, mi sale il sangue al cervello. Mi sto grattando da un po’. Penso di aver preso la scabbia. Un medico pivello mi prescrive dieta lattea. Un giorno per caso guardo la fascia ventriera: un formicolìo!. Ho preso i pidocchi. Poi mi accorgo che in camerata li hanno quasi tutti e tutti usano il MOM. Finalmente passano anche quelli. Il 14 aprile 1941 sono caporale e mi sento un’autorità.
In camerata con me c’è Cesare Pusinelli di Como: resteremo amici per tutta la vita. Dopo quattro mesi ed il campo ad Etrouble, eccomi sergente. Qualche giorno in licenza e poi al 2° Reggimento che resterà il mio destino per la vita. Secondo Reggimento di Artiglieria Alpina!. Seguirono il primo rapporto con i soldati, anziani di naia e ricchi di esperienza, la voglia di mostrarmi alla loro altezza, il primo dormire con loro a quota 1500, il dispiacere di lasciarli per la Scuola di Bra, il ritorno al Reggimento in divisa diagonale nuova fiammante, il giuramento di fronte al Colonnello Moro, leggenda del Cauriol, la gioiosa partenza in luglio per la Russia.
Di fronte alla mia esuberanza, il bravo capitano Valentino Salvadori di Trento, già ufficiale austriaco e passato all’esercito italiano, dice “che mona che ti si“. Le marce nel caldo e nella polvere per andare con la Tridentina nell’ansa del Don. Il primo di settembre a Bolshoi con i battaglioni Vestone e Val Chiese, in azione. Le mortaiate in arrivo ed il sergente maggiore che mi ammonisce “zo la crapa, bocia“.
L’arrivo sul fronte di Voronesh e le posizioni in riva al fiume con la Julia e la Cuneense. La neve che cade i primi di novembre e le prime pattuglie. Sembra tutto così sereno, bello, romanzesco da scrivere a casa. Poi, a metà dicembre, le prime brutte notizie. Il 16 Kantemirowka caduta. Il battaglione L’Aquila che parte nella bufera e la notizia che porta la spesa viveri. Poi la Julia intera che parte ed i poveri cristi senza arte né parte della Vicenza che arrivano a Pogorelof.
E cominciano i duelli di artiglieria, loro e nostra. Arriva l’ordine di risparmiare le munizioni, anche quelle per il cecchinaggio. La temperatura va sotto i venti gradi. 15 gennaio: prepararsi a muoversi! 16: resistere sul posto! 17, ore 12, telefonata dell’aiutante maggiore del Reggimento: “Alle 17 carica e ritiro a Podgornoje. Rapido!“. Marcia nella notte dentro una bufera di neve e temperatura che scende ancora. Lungo la strada altri reparti in marcia, zaini abbandonati, anche una radio RF3. Brutti segnali. Un cannone anticarro trainato da due buoi. Il sergente maggiore ha l’itterizia: "Che faccio?". Avanti senza sosta.
A mezzanotte si arriva a Podgornoje e vado a rapporto dal capitano Salvadori: -Sottotenente Pellegrini.“36 uomini, recuperato e trasportato tutto il materiale, Fiat 35, munizioni, coperte, filo telefonico, centralino“. Risposta: - "Te sì el solito mona. Va a polsar". 18, sei di sera: partenza per Opit in mezzo alla bolgia. Uno mi dice che sono 37 sotto. La marcia nella bufera ed i primi che cedono nella neve. Resto in coda e prendo a calci quelli che rallentano.
Il 19 mattina il Verona attacca a Postojalji con la 33 del Bergamo. Noi, sotto il bosco, sentiamo un inferno di cannonate e mortaiate. I colpi lunghi arrivano sul costone. Il Verona non ce la fa. Il 20 mattina Salvadori dà la sveglia urlando “Andemo, fioi, qua tra poco scota de bruto“. Attacchiamo la salita e quando siamo quasi arrivati vedo due carri che girano i cannoni e sparano. La 45ª batteria del Vicenza e la 264ª compagnia del Val Chiese ci restano al completo. Avanti ancora fino a Postjialji.
Per fortuna il Val Chiese e il Vestone hanno preso il paese. Morti in ogni dove. Sento un Colonnello dire a Salvadori: "Avanti, sempre avanti verso Valuiki". Da sinistra intanto arrivano attutiti rumori di battaglia: a Popowka e Nowo Postojalowka le povere Julia e Cuneense si stanno sacrificando per noi. Avanti ancora: Sheliakino... Malakajewka... Ladomirowka... il 25 Nikitowka, il 26 mattina, alle 2, da Arnautowo sparano a tutta forza, là c’è la 33 del Bergamo, la 255 del Val Chiese. Sveglia e adunata. Ci accodiamo al Tirano e avanti.
Sulla strada arrivano colpi di mortaio. Le compagnie del Tirano si spiegano. Arriva il Ten.Col. Jannelli del Tirano e grida: "Spiegatevi a sinistra!". Così finalmente sono un fante. Attacchiamo e muoiono il capitano Albera e otto uomini. Avanti ancora fino a Nikolajewka. Il matto di Reverberi grida “avanti tutti“. In quelle ore Cuneense, Julia, Vicenza scompaiono nel turbine della battaglia. Forse noi siamo salvi grazie a loro. Se i Russi avessero avuto un battaglione in più, non ce l’avremmo fatta.
Rientrato in Italia il 15.03.1943. Medaglia di bronzo al V.M.: "Durante un aspro combattimento, sostenuto in una estenuante e rischiosa marcia di ripiegamento, dava ripetute prove di grande coraggio assaltando, alla testa di una pattuglia di artiglieri, una posizione fortemente difesa. Nikolajewka, Fronte russo, 26 gennaio 1943".

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