E chi non si è salvato dalla sacca passando per Nikolajewka?
Le marce dei davai... "Stiamo percorrendo la stessa via del ripiegamento, in senso inverso, cosparsa di cadaveri di almeno dieci giorni. Nessuno li raccoglie, nessuno li rimuove; è strano come il freddo li conservi! Sono tutti mezzi nudi, hanno il colore gialliccio della cera vergine, gli occhi sono sbarrati, le mascelle divaricate, molti spingono in alto un braccio che il gelo ha reso di pietra. Sono i morti di ieri, quelli della ritirata…
Poi comincia la marcia, si va lenti, senza mai sostare, non si sente niente, si è pezzi di marmo, si capisce soltanto che è necessari non fermarsi, non portarsi fuori della fila, non sedersi; si stringono i denti, ci si domanda perché, ubriacati dallo sforzo, sordidi, miserabili, spaventosi.
Neve non se ne mangia più, c’è una dissenteria da cavalli e chi ha da liberarsi lo fa mentre cammina, incrostandosi in un putridume viscido che il gelo indurisce e cementa.
Ogni giorno così, non c’è mai mutamento, morti su morti, un altro cordone oltre il Don. Morti sempre! Nessuno saprà mai chi sono, neanche noi lo sappiamo; li vediamo cadere, sentiamo i colpi, ma ci manca la forza di fermarci a riconoscerli, a meno che non vogliamo morire subito come loro. Sono i morti ignoti, di cui non esisterà mai un elenco, una certezza: sono quelli che non torneranno più, che pochi hanno visto cadere e forse non lo ricordano neppure".
da "Morire giorno per giorno. Gli italiani nei campi di prigionia dell’URSS" di Gabriele Gherardini.

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