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Gli archivi e le raccolte di memorie familiari sono sovente una delle fonti dalle quali attingere documentazioni inedite e di notevole interesse storico; รจ il caso delle carte relative ad un giovane ufficiale del corpo degli Alpini caduto in terra russa nel 1943, il tenente Riccardo Bennicelli, conservate con ammirevole cura dai discendenti.
La raccolta comprende documenti personali, corrispondenza e diverse fotografie relative al servizio militare e alle campagne di Francia e Grecia. Partendo da questi elementi e aggiungendo ad essi le precisazioni fornite dai documenti ufficiali siamo in grado di offrire ai lettori la vicenda umana di un giovane militare accompagnate da una serie di immagini di particolare interesse e certamente inedite.
Nato a Genova il 7 dicembre 1918, quarto di cinque figli, nipote del generale, conte e senatore Alfredo Bennicelli, Riccardo Bennicelli compรฌ studi universitari presso la facoltร di chimica della Regia Universitร di Genova, studi successivamente interrotti. Nell’autunno 1939 venne ammesso alla Scuola allievi ufficiali di complemento di Artiglieria di Lucca in qualitร di allievo ufficiale, istituto che frequentรฒ fino ai primi mesi del 1940.
Durante tale periodo di formazione, il comandante di batteria (4 Batteria 75/13 specialitร alpina) compilรฒ le note caratteristiche dell’allievo cosรฌ esprimendosi: “…poco volitivo e deciso, chiuso, schivo, volubile, apatico, disciplinato, buon camerata, di sufficiente passione per la vita militare; piรน adatto alla vita di ufficio”, mentre il comandante della Scuola, complessivamente, lo giudicava “…di capacitร sufficiente. Ha bisogno di essere guidato, incitato e controllato”.
Destinato al Gruppo artiglieria alpina “Val Po” con il grado di sottotenente, nel 1940 il giovane fu richiamato alle armi in vista dell’impiego contro la Francia; dal giugno dello stesso anno il “Val Po” rimase inizialmente schierato nella zona di Cuneo per poi muovere in territorio francese, essendo assegnato al II Raggruppamento alpini Valle - Settore Val Varaita Po (XV Corpo d’Armata), comandato dal generale Paolo Berardi; tale raggruppamento era costituito dai battaglioni alpini “Val Chiese”, “Val Camonica”, “Valtellina”, “Val d’Intelvi”, dal XXXVIII Battaglione Camicie Nere e dai gruppi artiglieria alpina “Val Po” e “Val Camonica”.
Secondo le memorie familiari il giovane sottotenente non partecipรฒ con il suo reparto ad alcuno scontro a fuoco, ma penetrรฒ in territorio nemico (Valle Ubaye) in almeno un paio di occasioni; per il periodo delle operazioni la batteria dove egli prestรฒ servizio fu presente nei territori nazionali di Piasco, Borgo San Dalmazzo e Ponte Chianale, tutte localitร della provincia di Cuneo. Rientrato in Patria dopo la fine del breve conflitto contro la Francia, il sottotenente Bennicelli fu assorbito dalle consuete attivitร addestrative.
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Dall’autunno 1940 l’ufficiale fu confermato in forza alla 74 Batteria del Gruppo “Val Po” (formato dalle batterie 72 , 73 e 74 ), che salpรฒ da Bari con il piroscafo Piemonte diretto in Albania, teatro operativo da dove, il 28 ottobre di quell’anno, era stato scatenato l’attacco italiano contro la Grecia. Durante le complicate operazioni su quel fronte il comportamento saldo delle truppe alpine evitรฒ in molti casi il tracollo completo del nostro esercito, passato in breve tempo dalla posizione di baldanzoso attaccante a quella di trafelato difensore.
La batteria dove servรฌ l’ufficiale genovese partecipรฒ a numerosi combattimenti in terra albanese nelle localitร di Bubesi, Cropisti, Berati, Marizai, nella zona del monte Tomori e nelle vicinanze di Argirocastro. Le artiglierie in dotazione erano gli obici Skoda da 75/13 ex-austriaci, ottima arma scomponibile e someggiabile su 7 carichi; per la sua validitร l’arma rimase in servizio anche nell’Esercito Italiano fino alla fine degli anni Sessanta, soppiantato solamente dal nuovo obice nazionale da 105/14.
Dalla bibliografia ufficiale relativa a tale campagna si apprende che il giorno 18 novembre 1940 il gruppo era sbarcato a Valona ed era stato inserito nell’11 Armata; il giorno seguente il generale Carlo Geloso ordinava che il “Val Po” fosse impiegato per la preventiva occupazione delle posizioni di arresto, nel quadro dell’arretramento del fronte sotto la impetuosa controffensiva greca; il giorno 22 il “Val Po”, assegnato al VIII Corpo d’Armata del generale Emilio Bancale, raggiunse il settore Lengarica e si schierรฒ nella zona di Novosele, verosimilmente impiegato in rimpiazzo dei reparti della divisione “Julia” duramente provati dalla controffensiva greca; il 24 novembre il gruppo era operativo nel settore di Lengarica insieme all’8° e al 9° Reggimento Alpini, al I Gruppo Alpini “Valle” e al Gruppo artiglieria “Val Tanaro”; il 2 dicembre 1940 il Comando della 3 Divisione alpina “Julia”, in una “Situazione Divisione” (n.676 di prot. Op.) a firma del generale di brigata comandante Mario Girotti, informava che il 3° Reggimento Artiglieria alpina, con i gruppi “Val Po” e “Val Tanaro” era schierato in zona Raban; in tale documento si affermava che diversi pezzi risultavano “(…) perduti, sia perchรฉ colpiti da artiglieria nemica, sia perchรฉ precipitati con muli esauriti (…)”; in data 3 dicembre si precisava che le batterie 25 e 26 del “Val Tanaro” disponevano in totale di 5 pezzi, il gruppo “Conegliano” di 2 soli pezzi cosรฌ come pure il “Val Po”.
In merito al comportamento del tenente Bennicelli sul fronte greco-albanese il comandante della sua batteria cosรฌ si espresse: "Ho avuto alle mie dipendenze dal 26 novembre al 31 dicembre 1940 il S/ten. Bennicelli Riccardo in funzione di comandante di sezione. (…) ha partecipato ai fatti d’arme di Gostovishte (27-29 novembre 1940), ciclo operativo alle dipendenze dell’8° Alpini 4-24 dicembre 1940), fatto d’arme di Chiavista e Fratosit e Mali Potajanit (25-31 dicembre 1940) (…) Le avversitร , le difficoltร , le situazioni piรน confuse e disperate, hanno fatto eccellere in questo giovane una tempra di soldato dal carattere fermo, una sicura competenza dell’impiego del personale e del materiale, una figura di comandante solo dedito al bene dei propri uomini, cui รจ stato fulgido esempio di completa dedizione al proprio reparto, di valoroso specialmente nel momento in cui dimostrarsi tale richiedeva un maggior sacrificio. ร stato proposto per ricompensa al valor militare. Nel complesso le circostanze eccezionali di guerra in cui รจ venuto a trovarsi il Bennicelli hanno permesso che questi si sia rivelato sotto ogni aspetto, fisico, intellettuale, morale, un ottimo ufficiale”.
In conseguenza del valoroso comportamento durante uno scontro il sottotenente genovese meritรฒ la croce di guerra al Valor Militare con la seguente motivazione: “Comandante di sezione di batteria alpina durante aspri combattimenti infondeva con l’esempio la calma nei suoi dipendenti continuando il fuoco dei suoi pezzi anche sotto violenti e precisi tiri di controbatteria. Investita la sua batteria direttamente dal nemico in forze ne conteneva l’irruenza a colpi di bombe a mano - Gostovishte (fronte greco), 29 novembre 1940 XVIII”.
Contestualmente alla meritata decorazione il giovane ufficiale genovese ottenne la promozione al grado di tenente. Il Bennicelli fece rientro in territorio nazionale via mare, salpando dall’Albania il 23 maggio 1941; nel periodo trascorso in Italia il tenente di artiglieria alpina contrasse matrimonio con la signorina Gianna Sapelli, dalla quale in seguito aspetterร una figlia che, purtroppo, non conoscerร mai.
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Al 21 marzo del 1941, nel Quadro di battaglia dell’11 Armata, il gruppo “Val Po” risultava inserito nel Corpo d’Armata Speciale comandato dal generale di divisione Giovanni Messe; il giorno 27 il gruppo era assegnato in rinforzo al XXV Corpo d’Armata. Con l’allestimento del Corpo d’Armata alpino - confluito nell’ARMIR - il “Val Po” fu assegnato alla 4 Divisione alpina “Cuneense”. Il gruppo era strutturato su due batterie (72 e 73) e un Reparto munizioni e viveri; in vista dell’impiego in Russia fu equipaggiato con i cannoni francesi Schneider da 105/11 Mod.29, arma di preda bellica francese o greca e scomponibile per il trasporto someggiato, allo scopo di potenziare, sia pur di poco, il volume di fuoco della divisione. Il gruppo - giunto sul suolo russo nel luglio 1942 - fu posto al comando del tenente colonnello Gesseri, mentre le batterie 72 e 73 rispettivamente ai capitani De Silvestri e Rossi.
Dal 19 di agosto la Cuneense fu orientata nel settore di Starobilsk, assumendo posizione difensiva nel quadro del Corpo d’Armata Alpino. Al 25 settembre il Gruppo “Val Po” schierรฒ le sue batterie alle spalle del battaglione alpini “Dronero” - in posizione sul fiume Don - e avendo a sua volta alle spalle il battaglione Saluzzo. Tra l’11 e il 17 dicembre 1942 la “Cuneense” fu progressivamente investita dall’offensiva sovietica che era riuscita ad aggirare la divisione sul lato destro del proprio schieramento, all’altezza di Novo Kalitwa; le truppe si batterono con estremo valore riuscendo sostanzialmente a rintuzzare tutti gli assalti nemici, ma subendo gravi perdite e dovendo oltretutto sottostare agli ordini germanici che vietavano lo sganciamento dal fronte.
Solamente il 17 gennaio la grande unitร fu autorizzata a ritirarsi dalle posizioni cosรฌ difficilmente tenute a fronte di preponderanti forze corazzate nemiche, per tentare di unirsi ad altri reparti italiani in ritirata. ร superfluo sottolineare che la marcia si dovette compiere a piedi, costituendo colonne con slitte trainate da pochi muli, in un paesaggio dominato dagli eventi meteorologici particolarmente rigidi (fu raggiunta la temperatura di -35°) e su terreno ostile, privo di risorse, tormentati da continui attacchi aerei, di carri armati, truppe a cavallo e partigiani russi. A ciรฒ va aggiunto che gli italiani, come รจ noto, non erano attrezzati adeguatamente per affrontare il micidiale complesso di fattori negativi che va sotto il nome di “generale inverno”.
Il 19 gennaio la 72 batteria fu attaccata da superiori forze russe e quasi interamente distrutta, mentre verso le 15 del giorno seguente, durante i combattimenti di Novo Postojalovka andava perduta totalmente l’altra batteria del gruppo “Val Po”. Tra il 21 e il 25 gennaio gli alpini della “Cuneense” riuscirono a raggiungere Nowo Karkowka, perdendo definitivamente il contatto con la colonna dei commilitoni della “Tridentina”; il 25, continuamente tallonata e attaccata da elementi russi, la “Cuneense” riuscรฌ ancora a sganciarsi e a puntare verso Suchowo. Dopo dodici giorni di marcia inframezzati a continui scontri con partigiani e forze regolari russe, i resti della “Cuneense” - esausti fisicamente e moralmente molto provati - furono circondati da truppe nemiche il 28 gennaio 1943 nei dintorni della localitร di Valuiki, dove dovettero definitivamente arrendersi.
Tra i militari catturati dall’Armata Rossa si trovava anche il comandante divisionale, generale Emilio Battisti. Le perdite subite dal Corpo d’Armata alpino in Russia furono cosรฌ sintetizzate:
“(…).
Esse furono causate:
1. Dai combattimenti sostenuti dalla Divisione “Julia” nel quadro del XXIV Corpo d’Armata corazzato germanico e da quelli sostenuti dai reparti dell’ala destra della Divisione “Cuneense”, al limite meridionale del settore;
2. Dalle azioni di resistenza sul Don svolte dalle Divisioni “Tridentina”, “Vicenza” e “Cuneense”;
3. Dall’incursione delle unitร corazzate sovietiche a Rossosch;
4. Dai combattimenti sostenuti per rompere i vari successivi accerchiamenti attuati dai sovietici;
5. Dai disagi e dalle privazioni sofferti in tredici giorni di ripiegamento effettuato a piedi, in condizioni climatiche riconosciute dalla Relazione sovietica come proibitive per gli stessi russi. (…)”.
๐๐ ๐ฆ๐จ๐ซ๐ญ๐ ๐ข๐ง ๐ฉ๐ซ๐ข๐ ๐ข๐จ๐ง๐ข๐.
Caduti prigionieri del nemico, i superstiti stremati furono radunati ed avviati verso l’interno del territorio russo, in una delle tristemente famose “marce del dawaj!” (avanti!) durante la quale molti alpini furono sbrigativamente uccisi dalle guardie perchรฉ non piรน in grado di camminare. Trascinati nel campo di concentramento di Khrinovaja (Russia) i prigionieri sopravvissuti alla marcia furono ammassati nel grande centro ippico di quella localitร , una struttura realizzata in epoca zarista e frettolosamente riadattata per contenere i numerosi militari romeni, ungheresi e italiani, reclusi nelle stalle per cavalli in singoli e stretti box che arrivarono a contenere anche 40 uomini, in condizioni igieniche spaventose.
Prostrati dalle fatiche delle marce, sottoalimentati, esposti alle temperature inclementi e al rapido propagarsi delle malattie infettive, i prigionieri che fino a quel momento erano riusciti a sopravvivere iniziarono a deperire ulteriormente e, senza alcuna possibilitร di cure e di soccorso, a spirare in gran numero. Nel memoriale manoscritto dell’allora tenente Mario Buffa, ufficiale della “Cuneense”, anch’egli recluso a Khrinovaja, circa la sorte del parigrado Bennicelli si legge: “(…) Il primo nel box รจ il povero Bennicelli. Si indebolisce sempre piรน, piange sempre. Un giorno si rende necessario il suo trasferimento in un box particolare dove muore. Arrivo in tempo per vederlo negli ultimi istanti con Turla che gli dร l’assoluzione in extremis. (…)”.
Nel luglio 1946, il fratello Pino, giร ufficiale pilota della Regia Aeronautica, partecipando ad un incontro con ex commilitoni, riuscรฌ a raccogliere casualmente da alcuni reduci precise testimonianze di prigionia che attestavano senza dubbio il decesso del fratello, avvenuto il 28 febbraio nel campo di Khrinovaja. La sorte del tenente Bennicelli, e dei suoi compagni di prigionia, รจ stata chiaramente tramandata anche in due tra i piรน diffusi volumi dedicati alle vicende dell’ARMIR in Russia e precisamente: "Sette rubli per il cappellano", del cappellano militare don G. M. Turla, e "Il cavallo rosso", romanzo di Eugenio Corti.
Sulle vicende dei prigionieri italiani nella Russia comunista รจ stato cosรฌ scritto: “(…)su circa 70.000 soldati italiani catturati dall’Armata Rossa dopo la disfatta dell’ARMIR, 10.087 furono rimpatriati, ossia appunto solamente il 14%. Tale percentuale risulta spaventosamente bassa soprattutto se confrontata con le percentuali di prigionieri di guerra italiani rimpatriati dalle altre potenze belligeranti (…) ad esempio, nel solo campo di Tambov il tasso di mortalitร tra i prigionieri fu nel 1943 del 90%, mentre circa 7.000 italiani internati nel campo di Minchurinsk ne sopravvissero solo 250; la fame portรฒ anche ad episodi di cannibalismo, come nel campo di Krinowaja tanto che gli ufficiali presenti istituirono delle ronde per prevenire tali fenomeni (…)”.
Nel mese di luglio del 2007, grazie al supporto organizzativo dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia (U.N.I.R.R.), un gruppo di famigliari dei caduti raggiunse il territorio russo in un lungo pellegrinaggio a mezzo autopullman; il giorno 11 luglio, con comprensibile emozione, alcuni discendenti del tenente Bennicelli visitarono l’ex campo di Khrinovaja e il bosco sorto sulle fosse comuni che raccolgono circa 80.000 salme di caduti, in prevalenza militari romeni e ungheresi, ma anche diverse centinaia di soldati italiani. Alla presenza del tricolore nazionale, con semplice ma toccante cerimonia i famigliari del tenente deposero alcuni oggetti simbolici intorno al monumento che ricorda i tanti caduti, intendendo idealmente porgere un estremo saluto al loro caro e ai suoi tanti commilitoni cosรฌ tragicamente scomparsi.






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