martedì 23 dicembre 2025

Storia di Italo

Il tenente Italo Mondini era un ragazzone atletico, esuberante. Quando i russi avevano sfondato aveva cercato di sfuggire la cattura con un ufficiale della Luftwaffe. Sulla pista di un piccolo aeroporto c'era, perfettamente efficiente, un Messerschmitt.

Di soppiatto i due vanno, nottetempo, a fare il pieno del serbatoio, pompando a mano la benzina per non fare rumore. Si era alzato un vento molesto e violento da rovesciare i bidoni di benzina vuoti. Lo sbatacchiare dei fusti era stato sufficiente per insospettire i militari sovietici che presidiavano il campo di aviazione. I riflettori fecero presto ad accendersi spazzando il campo. Niente! Quando le luci stavano per spegnersi, il pilota tedesco rannicchiato nella carlinga dove si era rifugiato con Mondini, alzo la testa. Un riverbero del metallo dell'aquila tedesca del berretto li perse. Arrivarono i russi, armi in pugno a catturarli: piombo per il pilota, scarica di botte per l'ufficiale italiano.

Inizia il calvario per il giovane ufficiale. Come Mondini si comportò e morì lo racconterà l'ufficiale medico Arrigo Fenzi in una lunga lettera inviata alla famiglia dello scomparso: “Fu in un paese presso Kalatsch (fra il Don e Stalingrado) che conobbi per la prima volta e imparai a conoscere, studiare e apprezzare profondamente il povero Italo. Arrivai alla fine del febbraio 1943, dopo quaranta giorni di marce sfibranti attraverso le gelate sconfinate steppe del Don: avevo in tutto ricevuto cinque volte del cibo: poche patate. Ero ridotto ormai, come gli altri, uno scheletro ancora vivente (e ciò detto senza esagerazioni retoriche. Sono alto un metro e ottanta e pesavo quaranta chili). Non potevo più marciare, fui fatto entrare nel cosiddetto “teatrino”, una sala dove erano raccolte alcune centinaia di prigionieri di tutte le nazionalità in attesa di morire. Lì si svolgevano scene a paragone delle quali l'inferno dantesco è un'oasi di pace”.

“Lì vidi entrare un giovane ufficiale italiano, ancora in discrete condizioni che ci fosse che ci disse che faceva il medico e che lavorava anche in un forno. Era Italo Mondini, alto, simpatico, viso forte e ben tagliato. Si presentò. La notte torno e a quei pochi italiani che erano in quella bolgia impazzita e urlante, ove si sono viste scene indescrivibili, venne a portare ciascuno un pezzo di pane che, a rischio della vita, aveva rubato per noi al forno”.

“Gli altri ricevevano solo una ciotola di acqua calda al giorno. Tornò ogni giorno, venne anche con bende medicinali a medicarsi i piedi piegati e congelati e sempre ci portava qualcosa da mangiare e un'affettuosa parola di incoraggiamento”.

“Ogni giorno veniva nel teatrino un energumeno, un ungherese virgola che si divertiva a battere a pugni qua e là chi gli capitava sotto tutti eravamo così estremamente deboli e lui così forte che nessuno poteva neppure tentare di opporsigli”.

“Lo dicemmo a Mondini, il nostro protettore, il padre di noi italiani, il nostro nume tutelare. L'effetto non si fece mancare: ricordo esattamente l'ingresso nella bolgia urlante mentre l'ungherese faceva la consueta ripassata quando quello viene addosso a noi italiani e ne cominciò a picchiare una a morte, Italo avanzo deciso e lo colpì così duramente che lo stese al suolo dove giacque per diversi minuti. Quando l'ungherese si riebbe Italo gli disse che guai a lui se toccava ancora gli italiani”.

“Avrebbe potuto godere di una situazione di privilegio, senza rischiare niente, ma la sua anima generosa, il suo altruismo, il suo prepotente bisogno di dare tutto se stesso per il bene degli altri, lo spinse a ricercare e ad assistere alcune centinaia di prigionieri italiani che stavano morendo di fame e di tifo in un campo vicino. Così un giorno, scortato dai russi si recava a piedi nell'altro campo, ove in una miseria e in abbandono infernale vivevano questi nostri miseri compagni di sciagura e ogni giorno cinquanta-cento terminavano la loro sofferenza”.

“Una triste sera Italo si sentì male: tifo petecchiale. Il 16 o 17 marzo fummo caricati su vagoni merci, cinquanta per vagone piccolo, ottanta-cento per quelli grandi e trasportati in Siberia. Lui potei averlo sul mio vagone. Lo assistei come potevo, senza medicinali, a volte senza acqua, come eravamo lasciati. Tre giorni più tardi, dopo una dura lotta con il male, la sua forte e giovane esistenza venne stroncata”.

A Italo Mondini venne assegnata la medaglia d'argento alla memoria: la moglie professoressa Maria Luisa Puelli doveva morire il 13 maggio 1944 in seguito a un bombardamento aereo.

N.B. non esiste una fotografia di Italo o almeno io non l'ho trovata... ma me lo sono immaginato un po' così come lo vedete in questa immagine di un alpino anch'esso partito per la Russia...

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